Diomede, l’“ampelurgia”e il Valdobbiadene: dall’Apulia al Veneto e ritorno 

Per sfuggire alle ire di Afrodite (la bellissima figlia di Zeus), il re di Argo naufragò lungo le coste dell’Apulia, finì fra le braccia di Euditta, fu ferito dal re Dauno, si trasformò in uccello sulle isole Diomedee (le attuali Tremiti), fondò Brindisi, portò nell’Alto Adriatico la coltura della vite e insegnò a domare i cavalli agli antenati di Zaia. Con un bicchiere di Conegliano, Recioto, Gambellara, o Amarone, i Veneti guardano con spocchia quelli del Sud. Eppure, senza la Magna Grecia, Antenore, Pitagora, Archimede e il figlio di Tideo, non avrebbero quel tenore di vita ancora invidiabile, malgrado il Covid


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, inviato nella Magna Grecia

¶¶¶ Fu un adulterio, con un tentativo di omicidio, che portò in riva allo Ionio, in Apulia, uno dei più fulgidi eroi (questo aggettivo mi ha lasciato sempre un po’ perplesso), dell’Epos omerico, il re di Argo, Diomede. Quello stesso Diomede che, espugnata Troia, non volle, insieme a Menelao, far voto ad Afrodite (che egli aveva ferito sotto le Porte Scee) per un viaggio favorevole, «giacché – esclamarono all’unisono i due eroi − la bellissima figlia di Zeus, aveva parteggiato a lungo per Ilio, allungando, a dismisura, le nostre sofferenze». E la Dea, naturalmente, se l’era legata al dito, facendo naufragare Menelao in Egitto e tenendolo inchiodato, per otto lunghi anni, nella terra dei Faraoni, mentre a Diomede, come suol dirsi, aveva preparato un bel piattino. 

Dapprima egli, Diomede, naufragò sulle coste della Licia, dove il re Lico stava per sacrificarlo ad Ares (che, come vi è noto, era l’amante di Afrodite), e se non fosse stato per la principessa Calliroe, che lo aveva aiutato a fuggire, ci avrebbe lasciato le penne. E non a caso ho parlato di piumaggio, come potrete vedere fra breve. Quindi, finalmente, fece ritorno ad Argo, la sua città. Ma qui, racconta Licofrone di Calcide, uno dei poeti tragici della Pleiade, nel suo Alexandra, «il ferimento della Dea di Trezene, oltre a costringerlo ai naufragi, stava per costargli la vita, allorquando Egialea, la sua consorte, audace e sfacciata come cagna, lo stimolava all’amplesso nel talamo regale, dove Comete, figlio di Stenelo e suo amante, appena Afrodite gli avrebbe sciolto le membra (dopo l’orgasmo, insomma, nota del vostro scoliaste) lo avrebbe trucidato». 

E fu Era, la moglie di Zeus, che Licofrone chiama Hoplosmia, a sottrarlo al suo destino, ospitandolo, supplice, nel suo tempio e invitandolo a riprendere il mare. Diomede, per riconoscenza − racconta sempre il poeta calcidese − portò con sé le pietre dell’altare di Era, da usare prima come zavorra sulla nave, e quindi, in terra di Ausonia, come «solidi cippi per recintare la sua nuova terra, dove Demetra avrebbe favorito i segni dell’aratro, progenitori di spighe abbondanti, che avrebbero riempito i suoi granai». «Cippi – avverte Licofrone − che nessun mortale potrà vantarsi di avere mai smosso, anche di poco, con la violenza: che da se stessi, d’un subito, riprenderanno la via del ritorno, imprimendo, senza piedi, oh meraviglia, sul lido, le tracce del loro cammino». Vuoi vedere che le cosiddette “centuriazioni agrarie” della Daunia, che pensavamo fossero romane, erano invece le pietre di Diomede? Siete ancora scettici? E allora fate un salto a “Luceria”, sempre in Apulia, dove i sacerdoti di Athena, custodiscono ancora la sua armatura dorata. 

Scampato, comunque, al primo matrimonio, il Tidide, recidivo, condusse all’Ara (all’altare, naturalmente) Euditta, figlia del re Dauno, il quale tuttavia, infastidito dalla gran fama del genero, pensò bene di pugnalarlo a morte. «Non esageriamo − ci fa sapere il poeta inglese Robert Graves, profondo conoscitore della mitologia greca − forse davvero Dauno, riuscì a ferirlo, ma egli e i suoi compagni, certo per opera di magia, riuscirono a scamparla, trasformandosi in uccelli (vi ricordate il piumaggio?) e arroccandosi su due isole, che gli antichi chiamavano, appunto, Diomedee»: e noi, molto più prosaicamente, isole Tremiti. Un fatto è certo. E riguarda la preesistenza del mito di Diomede in Italia, ancor prima della colonizzazione greca, che, a quanto pare, sfiorò soltanto la Daunia. Forse esso, il mito, lo avevano portato i Micenei, letteralmente di casa, qui al Sud. 

Tornando al Tidide, comunque − da una citazione di Ibico, e altre di Timeo, di Lico e dello stesso Pindaro −, risulta che egli, dalle Tremiti, si fosse spostato ad Argirippa (Arpi), quindi a Metaponto e a Thuri e, perfino, in Adriatico, dove avrebbe fondato Brindisi. E non solo. E − questo, probabilmente, disturberà non poco il longobardo governatore Zaia − anche in Veneto, dove il culto dell’eroe di Argo resistette per secoli, identificando il figlio di Tideo come colui che aveva liberato quelle popolazioni da un terribile Dio-Lupo (Lycaone, forse). Finendo egli stesso per essere venerato come un “Theos-Likaios” (L. Gernet, Antropologia della Grecia antica, Dolone il lupo, Paris, 1968). E la cosa che forse inquieterà vieppiù il numero due della Lega è che − come racconta il “terrone” Ibico di Reggio Calabria, ma anche lo pseudo-Aristotele − fosse stato proprio Diomede ad insegnare ai Veneti a domare i cavalli e, quindi, a fornire ad essi un nuovo mezzo di locomozione. 

E se proprio il Governatore del Veneto non dovesse fidarsi di Ibico crederà almeno al grande storico e geografo Strabone, che racconta come ancora nel primo secolo avanti Cristo egli stesso avesse visitato un santuario di Diomede sul Timavo «con porto e bosco e sette fonti, con i Veneti che sacrificavano all’eroe argivo un cavallo bianco». (Geografia, libro III, 214-215). Pare, inoltre, che Diomede avesse insegnato al Sud, come in Veneto, l’“ampelurgia”, la coltura della vite, cioè… Ordunque, oggi sappiamo che essi, i Veneti, con un bicchiere di Conegliano Valdobbiadene, di Recioto di Gambellara, o di Amarone del Valpolicella, ci guardano con qualche spocchia noi del Sud. Senza di esso − di quel Sud, della Magna Grecia e di Diomede, e di Antenore, e di Pitagora e di Archimede − avrebbero fatto, però, qualche fatica in più a raggiungere quel tenore di vita, che − malgrado il Covid − mi dicono sia ancora invidiabile. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, Diomede in combattimento nell’Iliade (illustrazione di Flaxman Ilias); in alto, statua di Diomede nel Museo di Monaco; al centro, la Berta maggiore (Diomedea nel mito greco); in basso, le colline del Conegliano Valdobbiadene

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Arturo Guastella

Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.