Davvero la rivoluzione verde è «un’enorme fake news»? Le valutazioni errate del “Sole 24 Ore”

«Le riserve dei materiali alla base delle energie rinnovabili basterebbero solo per pochi anni»: i conti sbagliati sul blog del quotidiano di Confindustria per descrivere un presunto vicolo cieco imboccato dall’Europa. Dati ed esperienze pratiche in atto nel mondo dimostrano il contrario. Italia Libera pubblica la prima parte di una ricognizione tecnico-scientifica rigorosa e accurata. Il dibattito è aperto


L’analisi 

di GIANNI SILVESTRINI, direttore scientifico Kyoto Club

Sul blog “Econopoly” del Sole 24 Ore, lunedì 11 novembre è comparso un contributo dal titolo “La grande eresia: la rivoluzione verde è un’enorme fake news?” firmato da Enrico Mariutti (1). Una provocazione che solleva un problema reale, quello delle risorse per la transizione energetica. Ma mescola dati corretti e valutazioni sbagliate. Con il risultato di disorientare i lettori. 

Scrive Mariutti: «Invece di estrarre miliardi di tonnellate l’anno di carbone, petrolio e gas naturale dovremo imparare a sfruttare l’energia del sole e del vento, risorse rinnovabili il cui sfruttamento non danneggia l’ecosistema. Tutto giusto, no? No, tutto sbagliato… Di circa una decina di materiali alla base della ‘rivoluzione verde’ le riserve conosciute basterebbero a coprire solo pochi anni di consumo in uno scenario 100% rinnovabili». Questo si legge nel blog. Visto che l’Europa e altri paesi si stanno avviando in questo percorso, saremmo in un vicolo cieco.

In realtà, questi limiti si possono superare e la sfida della domanda dei materiali, e dell’impatto ambientale legato alla loro produzione, va affrontata con grande serietà. L’articolo citato sul blog del Sole propone invece alcune soluzioni alternative che non si reggono in piedi, come vedremo, ed è pieno di imprecisioni. Ne citiamo qualcuna. Si legge nell’articolo di Mariutti: «Per produrre l’acciaio necessario a costruire pannelli e turbine eoliche sufficienti a generare 25.000 TWh (terawattora) l’anno di energia rinnovabile, potremmo avere bisogno di 7.000/40.000 TWh l’anno di energia fossile in più». Non si capisce da dove vengano quelle cifre. È infatti noto che l’Energy Payback Time (Ept), l’arco temporale in cui un modulo fotovoltaico restituisce l’energia necessaria alla sua produzione, risulta, secondo il “Fraunhofer Institute for Solar Energy Systems”, di 1 anno nel Sud Europa e di 1,5 anni nel Nord Europa (2). Per quanto riguarda gli aerogeneratori l’Ept è inferiore all’anno (3).

Ma proseguiamo. Nel blog del Sole si legge anche che «per produrre una tonnellata di alluminio sono necessari circa 30.000 kWh». Ma la media mondiale è stimata in 14.221 kWh/t, nel caso di produzione dalla bauxite (4). In realtà un terzo dell’alluminio proviene dal riciclo e il consumo energetico in questo caso si riduce del 95%. Si può quindi stimare un consumo medio mondiale per il processo completo di produzione di una tonnellata di alluminio, includendo la trasformazione della bauxite in allumina, di 11.600 kWh (5). E ci sarebbero diverse altre osservazioni da fare. Ma veniamo al cuore del problema che riguarda la domanda di materie prime necessarie alla transizione energetica. Si tratta certamente di un aspetto da seguire con attenzione, anche per le sue implicazioni ambientali e sociali.

Come ridurre le criticità delle materie prime? Per evitare che si determinino criticità sono perseguibili diversi approcci. a) Un primo percorso per contenere la pressione sugli approvvigionamenti riguarda l’innovazione tecnologica. Ricordiamo che il contenuto di silicio nelle celle solari è passato dai 16 grammi/Watt nel 2004 ai 4 grammi/Watt nel 2017. E si potranno aprire nuove frontiere, come con le celle solari organiche ultrasottili. Oppure, consideriamo il recente annuncio di Tesla di voler produrre batterie prive di cobalto (6). Di grande interesse inoltre è la ricerca di soluzioni che riducano la dipendenza dalle terre rare impiegate nei magneti permanenti utilizzati in particolare negli aerogeneratori offshore (7)

b) C’è un secondo filone che riguarda il recupero dei materiali dai prodotti a fine vita. Già ora più della metà di metalli come ferro, zinco, platino vengono riciclati e coprono più di un quarto della domanda europea. Nel caso delle batterie al litio, nel 2018 si sono riciclate quasi 100.000 tonnellate su scala globale, in gran parte in Cina (8). La percentuale di recupero a livello mondiale delle terre rare è invece molto bassa, dell’1%, ma si ritiene di potere arrivare a recuperarne un terzo nel medio periodo. Alcune iniziative per il loro recupero si stanno avviando anche fuori dalla Cina (9)

c) Abbiamo infine le nuove attività di esplorazione. A settembre, ad esempio, negli Usa è stato presentato il Reclaiming America Rare Earths Act che prevede incentivi fiscali per le compagnie coinvolte nell’estrazione e nel riciclo delle terre rare e di metalli nel territorio americano. È prevedibile dunque l’avvio di iniziative minerarie in diversi paesi, dall’Australia al Canada, dagli Usa alla Groenlandia (ricordate la bizzarra idea di Trump di voler comprare questa isola?) (10). La mobilitazione di investimenti pubblici e privati su vasta scala attraverso la European Battery Alliance dovrebbero far sì che che l’80 % della domanda di litio sia soddisfatta da fonti europee, per esempio dal Portogallo, entro il 2025 [Communication from the Commission to the European Parliament, the Council, Critical Raw Materials Resilience: Charting a Path towards greater Security and Sustainability, 3 settembre 2020].

C’è ancora una riflessione più di fondo da fare. Ed è decisiva. Le possibili criticità sull’uso delle risorse minerali e idriche impongono non solo una maggiore attenzione nel ridurre i consumi energetici, ma sollecitano anche una rivisitazione dell’attuale modello economico e lanciano un messaggio ad una maggiore sobrietà. Sono proprio i temi toccati nel recente summit “Economy of Francesco” nel quale Papa Bergoglio ha tracciato un percorso per la ripresa dopo la pandemia. «Sapete che urge una diversa narrazione economica, urge prendere atto responsabilmente del fatto che l’attuale sistema mondiale è insostenibile (…). Non possiamo contare su una disponibilità assoluta, illimitata o neutra delle risorse». 

Sulla bacchetta magica della Cattura Diretta di Anidride carbonica (Dac) prospettata da Enrico Mariutti ci soffermeremo nella seconda parte di questo articolo, venerdì prossimo. − (1. Continua)

About Author

Gianni Silvestrini

Ha svolto attività di ricerca presso il Cnr e il Politecnico Milano, dove è responsabile del master “Ridef – reinventare l’energia”. È stato direttore generale del ministero dell’Ambiente e consigliere di Pierluigi Bersani al ministero delle Sviluppo economico. È direttore scientifico del Kyoto Club un’organizzazione non profit, creata nel febbraio del 1999, costituita da imprese, enti, associazioni e amministrazioni locali, impegnati nel raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni dei gas climalteranti. È anche direttore scientifico della rivista e del portale “QualEnergia” promossi da Legambiente e da Kyoto Club. È presidente di Exalto, una società impegnata nella transizione energetica in atto. Autore di oltre 100 pubblicazioni scientifiche e di cinque libri, fra cui “2 °C - Innovazioni radicali per vincere la sfida del clima e trasformare l’economia”, 2016, e “Le trappole del clima”, 2020, scritto insieme a GB Zorzoli, Edizioni Ambiente.