Dalla farsa alla tragedia: un morto a Capitol Hill nell’assalto al Campidoglio aizzato da Trump

Spari all’interno del Congresso. Nella mattinata il presidente uscente aveva tenuto un comizio sull’Ellisse della Casa Bianca davanti a qualche centinaio di sostenitori tra cui spiccavano le frange più violente dei Proud Boys con le loro bandiere rosse e nere di ispirazione nazista. I manifestanti sono scesi in corteo lungo Pennsylvania Avenue con toni sempre più minacciosi. All’una di Washington, quando è iniziata la seduta (le 19 ora di Roma), hanno dato l’assalto alla scalinata del palazzo del Campidoglio. Biden: «È un’insurrezione. Mai successe cose tanto gravi»


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista 

Doveva essere un tranquillo pomeriggio di gennaio, il giorno in cui in base alla legge il Congresso riunito in seduta comune avrebbe dovuto certificare e proclamare l’elezione di Joe Biden e Kamala Harris a presidente e vicepresidente degli Stati Uniti. I voti del Collegio elettorale (in realtà dei 51 collegi dei 50 stati più il Distretto di Columbia) erano pervenuti ai funzionari parlamentari timbrati e vidimati dai segretari e dai governatori di ciascuno stato. Il risultato, già noto da settimane, era chiaro: 306 voti per Joe Biden e 232 per Donald Trump.

Ma Trump e i suoi sostenitori la pensavano diversamente e lui stesso aveva chiesto perentoriamente al suo vicepresidente Pence, che doveva presiedere l’Assemblea congiunta, di dichiarare non validi i voti di almeno 4 o 5 stati, così da dare a lui la vittoria e la presidenza. Pence, che per quattro anni aveva sempre difeso qualunque stoltezza dicesse o facesse il suo capo, questa volta ha deciso che assecondandolo rischiava anche lui, non tanto il giudizio della storia, quanto l’incriminazione. Ha scritto quindi una lettera a tutti i parlamentari chiarendo che, in base alla legge e alla Costituzione, il suo ruolo è puramente procedurale e che ogni decisione di cambiare il risultato del Collegio elettorale spettava soltanto ai membri del Congresso in rappresentanza del popolo sovrano.

Si sapeva anche, ormai da giorni, che all’atto della lettura dei risultati in Aula vi sarebbero state obbiezioni da parte di una dozzina di senatori e di un centinaio di deputati (tutti repubblicani). A questo punto si sarebbe innescata una procedura che, per quanto lunga e farraginosa, non avrebbe potuto cambiare il risultato e il corso di una giornata che i cronisti politici si aspettavano tutto sommato tranquilla, almeno per gli standard della presidenza Trump.

E invece è successo il caos. Caos ancora una volta provocato e incoraggiato dal presidente in carica che si rifiuta di accettare la sconfitta. Nella mattinata aveva tenuto un comizio sull’Ellisse della Casa bianca davanti a qualche centinaio di sostenitori tra cui spiccavano le frange più violente dei Proud Boys con le loro bandiere rosse e nere di ispirazione nazista. Aveva ripetuto le consuete accuse di brogli, di elezioni fraudolente, di complotti oscuri, continuando ad affermare che il vero vincitore era lui e mai avrebbe riconosciuto la vittoria del suo rivale. Ha poi incitato i manifestanti a portare la protesta al Congresso per fare capire a quei pusillanimi di parlamentari (e al suo stesso vicepresidente) chi comandava e doveva continuare a comandare. Inizialmente aveva annunciato che alla manifestazione sarebbe andato anche lui con l’auto presidenziale, ma poi evidentemente qualcuno lo ha dissuaso ed è tornato a rinchiudersi nella Casa bianca.

I manifestanti sono scesi in corteo lungo Pennsylvania Avenue con toni sempre più minacciosi. All’una di Washington, quando è iniziata la seduta (le 19 ora di Roma), hanno dato l’assalto alla scalinata del palazzo del Campidoglio hanno travolto la polizia schierata – che per la verità ha reagito senza troppa energia – hanno superato due barriere di rete metallica e sono penetrati nell’edificio. All’interno si è sparso il panico: gli uffici sono stati evacuati, la seduta è stata sospesa, deputati e senatori sono stati invitati a rimanere nelle rispettive aule; infine il servizio segreto (la polizia presidenziale) ha portato via attraverso i sotterranei il vicepresidente Pence.

E così, alla fine di quattro anni di presidenza Trump, che pure aveva abituato il pubblico americano ad ogni sorta di illegalità e provocazioni violente, è successo quello che non era mai successo nella storia americana, almeno dalla guerra del 1812, quando gli inglesi assalirono Washington e bruciarono il Campidoglio: il Congresso occupato con la violenza, la seduta sospesa, la proclamazione del nuovo presidente interrotta, parlamentari e funzionari segregati non per la pandemia ma per sfuggire alla folla inferocita. E all’ora in cui scriviamo (le 22 ora di Roma) non si sa quando e se il Campidoglio sarà liberato e la seduta potrà riprendere.

La presidenza Trump era iniziata come una farsa. Sta finendo in tragedia. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Fotosotto il titolo, assalto al Campidoglio; al centro e in basso, istantanee da Washington

About Author

Stefano Rizzo

Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)