Da Trump a Biden: col fiato sospeso in un mondo pericoloso

Mentre gli Stati Uniti guardano sgomenti al crollo delle proprie certezze democratiche, i loro nemici e avversari potrebbero non rimanere a guardare: in Medioriente, in Asia, in Europa. La camera bassa apre la procedura di impeachment contro il presidente uscente. Lo vuole la sinistra del partito democratico, lo vuole Nancy Pelosi, non lo vorrebbe Joe Biden. La speaker della Camera: «Se non lascia agirà il Congresso». Allarme per l’uso dei codici nucleari ancora in mano a Trump


L’analisi di Stefano Rizzo, americanista

¶¶¶ È quasi certo che martedì la Camera dei rappresentanti inizierà la seconda procedura di impeachment contro Trump. Lo vuole la sinistra del partito democratico e almeno un centinaio di deputati, lo vuole la speaker Nancy Pelosi, lei donna che aveva spezzato il “soffitto di cristallo” svillaneggiata per quattro anni da Trump e violata quasi nella persona dai suoi bulli violenti. Non lo vorrebbe Joe Biden preoccupato di non compromettere fin dall’inizio la sua presidenza creando un’altra frattura con i repubblicani e, soprattutto, con quei milioni di elettori che, seppure critici nei confronti di Trump, non vedrebbero di buon occhio un’azione giudiziaria che avrebbe il sapore di una vendetta personale. Da una parte si vorrebbe voltare pagina e archiviare la sciagurata presidenza Trump; dall’altra c’è il senso che si deve fare giustizia, che i responsabili di quanto è successo il 6 gennaio e delle illegalità e prepotenze che l’hanno preceduto non restino impuniti anche e proprio perché non si ripetano più; e che per questo venga impedito a Trump di ricandidarsi nel 2024.

Come andrà a finire è altrettanto quasi certo. Nella camera bassa i democratici hanno la maggioranza per votare l’impeachment, cioè la messa in stato di accusa del Presidente, ma al Senato che dovrà giudicarla con un vero e proprio processo e poi votare con una maggioranza di due terzi è molto difficile che si trovino quei 17 o 18 senatori repubblicani disposti a schierarsi con i democratici. È probabile quindi che, dopo alcune settimane di dibattito molto divisivo, il tutto finisca con un nulla di fatto che potrebbe addirittura rafforzare la figura di Trump, oggi ai minimi termini.

Ma c’è un’altra preoccupazione che agita i democratici e con essi tutto l’establishment della politica estera e di difesa, una preoccupazione cui ha dato corpo la stessa Pelosi rivolgendosi al capo supremo delle forze armate Mark Milley chiedendogli di tenere lontano Trump dai codici atomici (il famoso bottone che può scatenare una guerra nucleare), e di impedirgli di lanciare qualche avventura militare dell’ultimo momento. Pare che Milley che, dispiacendo a Trump, aveva in passato affermato l’indipendenza delle forze armate dalla politica, sia stato infastidito dalla richiesta di Pelosi. Non si può chiedere ai militari − le avrebbe detto − di intervenire dove le istituzioni civili non possono o non vogliono intervenire. Se lo facesse, disobbedendo ad un eventuale ordine del Presidente, equivarrebbe ad un colpo di stato militare.

Ma la preoccupazione resta ed è probabile che Pelosi − politica sperimentata e di lunghissimo corso − avesse anticipato la risposta dei vertici militari e volesse comunque renderla pubblica. Perché la situazione è davvero grave e le azioni che Trump potrebbe intraprendere nei prossimi dieci giorni possono avere conseguenze catastrofiche per gli Stati Uniti e per il mondo. 

Il mondo. Il mondo è un luogo pericoloso e, mentre gli Stati Uniti guardano sgomenti al crollo delle proprie certezze democratiche, i loro nemici e avversari potrebbero non rimanere a guardare. Potrebbero cogliere il destro − in Medioriente, in Asia, in Europa − per azioni, provocazioni, perfino attacchi a basi o interessi americani che gli Stati Uniti, distratti dai propri problemi interni, non saprebbero né anticipare né contrastare. Negli uffici della Cia, degli Esteri, della Difesa qualcuno sicuramente si sta domandando cosa potrebbe fare la Russia nei paesi Baltici (un colpo di mano simile a quello che portò all’annessione della Crimea?); se i paesi del Golfo cercheranno di approfittare, con l’appoggio di Israele, per una azione militare contro l’Iran; o l’Iran stesso per vendicare l’assassinio di Qassem Soleimani colpendo le basi saudite o perfino americane nella regione; se in Siria la Turchia di Erdogan ne approfitterà per regolare i conti definitivamente con i Curdi e annettersi parti della Siria; se in Asia la Cina coglierà l’occasione per chiudere la partita sul controllo delle isole del Mar cinese meridionale e annettersi finalmente Taiwan, o la Corea del Nord per lanciare un attacco militare − convenzionale o nucleare − contro i vicini del sud o il Giappone.

Tutte le situazioni di crisi, inclusa la Libia, la Somalia, la Nigeria, che certo non sono scomparse in queste settimane di tregenda americana, sono in ebollizione, comprese le organizzazioni terroristiche internazionali che potrebbero decidere di lanciare attacchi mortali contro gli Stati Uniti e i suoi alleati in giro per il mondo. (Si ricorderà come gli attacchi dell’11 settembre furono favoriti dalla lunga transizione seguita alle controverse elezioni del 2000 che aveva reso gli Stati Uniti ciechi e impreparati di fronte a possibili attacchi).

E poi c’è Trump. In patria non può più fare molto, a parte blaterare di vittoria rubata e lamentarsi di complotti. Ma all’estero può ancora agire – eccome! – avendo a disposizione le leve di comando del più potente apparato militare e di intelligence del mondo, per tentare un’ultima avventura, forse addirittura (nella sua mente distorta) per riaccreditarsi come comandante in capo. Qui emerge dalla tormentata storia americana il lontano spettro del Vietnam, l’incidente del Tonkino che fu il pretesto per l’entrata formale in guerra degli Stati Uniti. Come si seppe poi, non vi fu nel 1964 un attacco delle forze del Vietnam del Nord ad una nave americana: le foto e i dispacci che lo dimostravano erano tutti falsi. La Cia e i vertici militari avevano organizzato la finta provocazione. Ne seguirono nove anni di guerra sanguinosa e una ferita nella credibilità degli Stati Uniti che non si è mai del tutto rimarginata.

Può succedere di nuovo oggi, domani, di qui al 20 gennaio? Sì, può succedere con questo presidente. Per questo soprattutto Nancy Pelosi si è rivolta al generale Milley e l’ha fatto sapere a tutto il Paese. L’unico elemento di rassicurazione è che forse oggi la Cia e i vertici militari non sarebbero disposti ad assecondarlo. Ma non è di grande conforto sapere che è l’unico. Intanto stiamo con il fiato sospeso. © RIPRODUZIONE RISERVATA

____

Foto: sotto il titolo, mercoledì 6 gennaio agenti dei servizi di sicurezza difendono con pistole spianate un ingresso dell’aula del Congresso; in alto, gli assaltatori trumpiani travolgono le transenne davanti alla scalinata del Campidoglio; al centro, Nancy Pelosi annuncia l’avvio delle procedure per l’impeachment di Donald Trump; in basso, febbraio 2020 seduta del Congresso sullo stato dell’Unione, la speaker straccia platealmente il discorso di Trump, di fianco il vicepresidente Mike Pence

About Author

Stefano Rizzo

Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)