Cuba dopo sessantuno anni di castrismo: cosa cambia con le dimissioni di Raul?

L’esplosione di una nave militare americana nel porto dell’Avana fu il casus belli che nel 1898 liberò l’isola dagli spagnoli. Fu la prima “guerra di liberazione” moderna. Cuba divenne a tutti gli effetti una colonia americana, governata da presidenti corrotti insediati dagli Stati Uniti. Sessanta anni dopo, il giovane Fidel Castro organizza militarmente lo scontento popolare e depone il dittatore Fulgencio Batista. Gli Stati Uniti impongono sanzioni a Cuba, spingendo il governo cubano nelle braccia dell’Unione sovietica. Solo 54 anni dopo riprendono le relazioni diplomatiche tra i due paesi. Dopo 61 anni di protettorato americano e 62 anni di regime castrista, è ancora presto per affermare che a Cuba sta per iniziare un nuovo sessantennio. Ci sono buoni motivi per crederlo, o almeno sperarlo


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista 

¶¶¶ Quando nel 1898 il colonnello (poi presidente) Theodore Roosevelt dette l’assalto decisivo alla collina di San Juan a Cuba con la sua banda di scalmanati Rough Riders per liberare l’isola dal “giogo crudele degli spagnoli”, mai avrebbe immaginato che di lì a 60 anni l’isola avrebbe rappresentato una minaccia mortale per tutti gli Stati Uniti. Quella contro la Spagna fu la prima “guerra di liberazione” moderna. Per mesi i giornali popolari della catena Hearst avevano eccitato l’opinione pubblica con i racconti delle atrocità commesse dagli spagnoli e sulla necessità di venire in soccorso del buon popolo cubano. L’esplosione di una nave militare americana nel porto dell’Avana fu il casus belli che vinse le resistenze del presidente McKinley. In pochi mesi di combattimenti gli spagnoli furono sconfitti e Cuba (insieme alle Filippine e Portorico) divennero formalmente indipendenti.

Formalmente, perché gli Sati Uniti mantennero sempre una sorta di protettorato sull’isola, assicurandosi il controllo della politica estera e delle forze armate, e ottenendo la concessione perpetua della baia di Guantanamo, che un secolo dopo diventerà tristemente famosa come centro di detenzione nella guerra al terrorismo. Cuba divenne così a tutti gli effetti una colonia americana, governata da presidenti corrotti insediati dagli Stati Uniti, meta privilegiata dei ricchi americani grazie ai suoi lussuosi alberghi, casinò e case prostituzione, e centro di loschi affari della mafia italo-americana.

Sessanta anni dopo le cose cambiano drasticamente. Nel 1953 un giovane di nome Fidel Castro dà vita ad un movimento, l’M-26-7 (così chiamato per ricordare il fallito attacco alla caserma Moncada),  per organizzare militarmente lo scontento popolare e deporre il dittatore Fulgencio Batista, che aveva preso il potere l’anno prima e si era reso responsabile di uccisioni e torture. Fidel Castro è un rivoluzionario improbabile: cattolico, di famiglia agiata, ha frequentato un liceo dei gesuiti e l’università dell’Avana. È anche un ottimo giocatore di baseball e si favoleggia che negli anni ’50 avesse ricevuto offerte dai New York Giants o dai Washington Senators per giocare negli Stati Uniti; se avesse accettato chissà come sarebbe andata la storia…

Ma Fidel diventa presto un esperto guerrigliero, seguendo le dottrine militari della rivoluzione cinese e della lotta antifrancese in Vietnam. Insieme al fratello Raul e a un giovane medico argentino di nome Ernesto (Che) Guevara si ritira con poche migliaia di uomini sulle montagne della Sierra Madre; da lì sferrano attacchi micidiali contro le truppe governative, sconfiggendole e provocando, nel 1958 dopo cinque anni di guerriglia, la fuga precipitosa del dittatore Batista. Gli Stati Uniti inizialmente riconoscono il nuovo regime cubano. Gli ambienti intellettuali e di sinistra guardano con favore ai giovani rivoluzionari “barbudos” che vengono accolti a New York come delle star. Ma quando Castro inizia ad attuare riforme di stampo socialista, il clima cambia radicalmente. Gli Stati Uniti impongono sanzioni a Cuba, vietano i viaggi e i commerci con l’isola, spingendo così il governo cubano nelle braccia dell’Unione sovietica, pronta a firmare accordi commerciali e a fornire aiuti militari.

La situazione si farà sempre più critica negli anni successivi. Nell’aprile del 1961 il presidente Kennedy autorizza l’invasione nella baia dei Porci di Cuba da parte di 1400 esuli cubani finanziati e armati dalla Cia per rovesciare il regime castrista. L’operazione fallisce, ma di lì a poco (ottobre 1962) scoppia la più grave crisi internazionale del dopoguerra quando si apprende che l’Unione sovietica ha installato a Cuba missili a testata nucleare puntati sugli Stati Uniti. Ne seguirà un durissimo braccio di ferro tra Kennedy e il segretario comunista Nikita Kruschev che terrà il mondo con il fiato sospeso per una settimana e arriverà vicinissimo allo scoppio di una guerra termonucleare. Solo molti anni dopo si saprà che in cambio del ritiro dei missili da Cuba gli Stati Uniti hanno accettato di ritirare i loro missili nucleari dalla Turchia e dall’Italia meridionale.

Negli anni a venire si moltiplicheranno i tentativi di assassinio, sempre da parte della Cia, nei confronti dei fratelli Castro e per rovesciare un regime che nella logica della guerra fredda era visto come un pericoloso avamposto del comunismo mondiale. Se non bastasse, gli esuli cubani, che nel corso degli anni hanno superato la cifra di un milione concentrati soprattutto in Florida, hanno sempre esercitato una forte pressione politica (ed elettorale) per impedire qualsiasi allentamento delle sanzioni verso il loro paese d’origine. Così che, anche dopo la fine della guerra fredda e il ritiro degli ultimi soldati russi da Cuba, nulla cambia nei rapporti tra l’isola e gli Stati Uniti che rimangono bloccati per decenni come in una bolla temporale. 

Intanto (2008) Fidel, ammalato, si dimette e passa lo scettro del potere al fedele fratello Raul. Morirà nel 2016. È il nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, un uomo del dialogo, che apre la strada al disgelo. Nel 2013 incontra Raul ai funerali di Nelson Mandela e gli stringe la mano. L’anno dopo allenta le restrizioni ai viaggi e al commercio con l’isola e nel 2015 − dopo 54 anni! − riprendono le relazioni diplomatiche tra i due paesi. Infine, il 19 aprile Raul Castro si dimette da segretario del Partito comunista. Gli subentra anche in questa carica, come in quella di presidente, Miguel Diaz-Canel, un riformatore reputato onesto e competente che si è segnalato nella difesa dei diritti umani e in particolare degli omosessuali. Ha anche annunciato che per legge limiterà a due mandati la carica di presidente della repubblica. 

Dopo 61 anni di protettorato americano e dopo 62 anni di regime castrista, forse è ancora presto per affermare che a Cuba sta per iniziare un nuovo sessantennio, ma ci sono buoni motivi per crederlo, o almeno sperarlo. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, Raul Castro il 16 aprile all’VIII congresso del Partito comunista cubano, a destra Miguel Diaz-Canel che gli subentra nelle cariche di presidente della Repubblica e di segretario del partito; in alto, i due fratelli Castro in uniforme; al centro, Fidel nel 1940 con un lecca lecca e, qualche anno dopo, in una partita di baseball; in basso, figurina di Fidel con la maglia dei Barbudos e Raul che saluta

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Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)