Crollo del Morandi: c’è chi intorbidisce ancora le acque

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Autostrade per l’Italia sapeva dal 2014 che il viadotto sul Polcevera fosse a rischio crollo. Quattro anni per stabilire chi avrebbe dovuto pagare la messa in sicurezza del ponte o la demolizione programmata. L’intervento della presidente del Comitato “Vittime del Morandi” a 25 mesi dalla tragedia. C’è troppo silenzio a 25 mesi dal crollo del Ponte Morandi. Inizia la scuola ed è il caso di riprendere lo studio della logica e della matematica. Due articoli interessanti usciti in questi giorni su Repubblica e La Stampa meritano qualche riflessione. Nel primo, dell’8 settembre, vengono richiamate le testimonianze rilasciate da dirigenti della holding Atlantia che confermerebbero quanto pare essere nell’aria da tempo, cioè che le informazioni sul crollo fossero ben note dal 2014. Subito la prima lezione di logica: pensiamo a quanta acqua sia dovuta scorrere sotto il Morandi dal 2014, 2015, 2016, 2017 e parte del 2018. Neanche camminando da una parte all’altra dei globo avremmo dovuto arrivare in ritardo per bloccare l’uso dell’infrastruttura e decidere chi dovesse fare l’esborso economico per la messa in sicurezza o la demolizione programmata.

Queste affermazioni sono gravissime. Nell’articolo si parla anche di rischio teorico. Difatti, non essendo sicuro del rischio crollo, qualcuno ha voluto effettivamente testare che la teoria non fosse campata in aria. E si è attesa la conferma, arrivata puntualmente il 14 agosto 2018. Ora siamo certi che il rischio non fosse teorico ma la decisione su chi dovesse pagare le manutenzioni ha bloccato gli interventi. Diciamo che si è fatta melina. Nella società tutti sapevano del rischio crollo − questo sembra emergere − ma nessuno ha preso sul serio le valutazioni effettuate negli anni, o, per meglio dire, si sono forse cercate scappatoie all’esborso milionario per l’eliminazione del rischio.

Nell’articolo di Repubblica un anonimo funzionario del ministero delle Infrastrutture e Trasporti asserisce anche che «non si può affermare che l’ammaloramento dei tiranti sia colpa di Autostrade»: un’affermazione alquanto pericolosa. Come sarebbe a dire? Chi gestisce un’infrastruttura deve mantenerla in efficienza punto e basta, facendo la manutenzione ordinaria e straordinaria; non può permettere che crolli. La frase citata è fuorviante; la gestione deve essere sempre fatta di certo con la necessaria diligenza del buon padre di famiglia. Se, come gestore, sono in difficoltà per motivi burocratici − la manutenzione devo pagarla io o lo Stato? −, metto tutto in chiaro, visto che le possibilità di farmi ascoltare sugli organi di stampa non mi mancano. Non posso stare zitto, se le responsabilità non sono mie; devo fare un “casino infernale”, dicendo chiaro e tondo chi − eventualmente − non mi consente di far viaggiare in sicurezza i cittadini. O no? Io credo che le carte processuali demoliranno questa affermazione. Scritta così, pare invece voler gettare luce “opaca” sull’intera vicenda.

“Tutti i vertici della società sapevano”, questo dice la stessa società privata che, in un altro interessante articolo de La Stampa del 13 settembre, afferma di “rispettare le regole e tutelare i propri interessi”. Di certo i loro interessi sono stati tutelati per molto tempo, un po’ meno quelli dei cittadini. La trattativa sembra infatti che sia in stallo. Cassa Depositi e Prestiti ed Atlantia sono ad un punto morto e questo è ancora più paradossale. Con l’inizio della scuola mi viene da fare anche qualche piccolo esercizio di matematica.

Immaginiamo − per puro calcolo teorico − che sia previsto, a fronte di un incasso di 100 dalla concessione, un investimento per il miglioramento delle infrastrutture di 10; in una valutazione economica, come gestore penso che ogni anno 10 siano troppi e ne investo 1; gli altri 9 rimangono nelle mie tasche. Per somma sfortuna degli amministratori della società, crolla un ponte che era a rischio crollo ma che non sarebbe potuto crollare, poi si staccano pezzi di galleria, ci sono viadotti ridotti a catafascio e non sono ancora crollati, eccetera. Sempre per puro esercizio di fantasia, dopo tutto questo non vengo cacciato subito, mi impediscono solo di costruire il nuovo ponte, e inizia una fase di valutazione approfondita per capire se possano − diciamo così − licenziarmi.

Per vari motivi viene deciso di andare a trattativa con paletti ben fermi ma, ovviamente, essendo io un “privato che ha sempre rispettato le regole” a questo tavolo faccio valere i miei interessi ed ora siamo in stallo. In una situazione normale tutto quanto non speso in questi anni dovrebbe essere scorporato per intero dal totale dovuto per la cessione delle quote. Direi che sarebbe opportuno tenerlo anche in cassaforte, in attesa dell’esito processuale, poi si vedrà di saldare i conti a suo tempo. Potrei anche riconoscere gli interessi legali se, alla fine della “faccenda”, non fossero riscontrate colpe.

Come parente di vittime del crollo mi chiedo se sia possibile assistere ancora a tutto questo. In un paese civile, il giorno dopo il crollo questi gestori sarebbero stati mandati a casa, si sarebbe congelato l’eventuale patrimonio in attesa dell’esito processuale, non avrebbero avuto parola se non nel processo, avrebbero solo dovuto chinare il capo davanti allo Stato e rispondere “Obbedisco”.

La memoria dei nostri cari e il nostro dolore non possono tacere. Cosa volete ancora da noi? Qualcuno ci ha portato via la serenità per tutta la vita e dobbiamo assistere anche a questo teatrino? Siamo davanti a un mondo alla rovescia. Tanta tristezza, tanta assurdità, ma tanta determinazione per non mollare la nostra battaglia. Auspichiamo che molto si chiarisca in tribunale nei prossimi mesi. Vogliamo vedere cambiamenti profondi nella gestione perché una cosa è certa: la responsabilità morale è evidente e non è in discussione. Vogliamo che anche il nostro Stato “tuteli i nostri interessi di cittadini”, e quindi le norme siano di sollievo alle parti lese, sempre.

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