Crisi politica, il grido delle madri coraggio: «La scuola è il primo mattone per ricostruire il Paese»

Due anni scolastici se ne vanno in fumo, la didattica a distanza è un disastro. «Oltre all’aumento degli abbandoni scolastici c’è un calo generalizzato dell’apprendimento», osserva Anna Oliverio Ferraris, psicologa dell’età evolutiva della Sapienza. Da Sud a Nord le mamme fanno progetti, organizzano webinar affollatissimi. E in Calabria è il caos: dal primo febbraio i ragazzi dovevano essere tutti in classe, alle superiori al 50 per cento. Invece, ora possono restare a casa per seguire le lezioni online. Chi lo decide? «Studenti e genitori», dice il presidente della Regione Spirlì. Con una diretta Facebook 


Il reportage di ANNA MARIA SERSALE

¶¶¶ Dalla Calabria, dove le ferite del Covid sono più profonde, le madri coraggio si preparano a portare a Roma le loro rivendicazioni. Pronte a rivolgersi alle più alte rappresentanze delle istituzioni nazionali, chiedono che al centro dell’agenda politica del nuovo governo ci sia (finalmente) la scuola, primo mattone per ricostruire il Paese disastrato. «Ma − dicono − occorre ripartire dal Sud, dai suoi bisogni, dopo decenni di incuria e di abbandono». Catanzaro, Reggio Calabria, Cosenza, Soverato, il tam tam non si ferma. La crisi al buio, il clima di incertezza, la politica che gira a vuoto, le cifre del 2020 che sembrano un bollettino di guerra, la pandemia che in Italia ha cancellato mezzo milione di posti di lavoro non fiaccano il loro animo, anzi. 

Sono determinate: «La ricostruzione del Paese non si farà senza di noi». Invocano una svolta, un cambiamento radicale, perché la scuola funzioni, perché ci siano progetti concreti, investimenti, sviluppo e lavoro. Sono preoccupate perché sulle spalle dei loro figli il Paese (con un debito pubblico da record di 2.579 miliardi, che secondo il Fmi crescerà quest’anno fino al 160 per cento) ha addossato un fardello che non sarà sostenibile senza una vera ripresa. Del resto le cifre parlano chiaro. Secondo l’ultimo rapporto Eurostat, in Italia più di un quinto delle nuove leve è costretto a stare con le mani in mano: non studia e non lavora in attesa di tempi migliori. 

Con questo scenario fosco il nuovo inquilino di Palazzo Chigi non si troverà davanti solo le madri della Calabria. Da Nord a Sud le donne si sono mobilitate, s’incontrano in rete, fanno progetti. Con una novità: organizzano webinar affollatissimi, chiamando esperti, professori universitari, confrontandosi sui problemi più urgenti. Devono essere agguerrite perché due anni scolastici se ne stanno andando in fumo, la didattica a distanza (indispensabile nel primo momento di emergenza) nel lungo periodo si è rivelata un disastro. «Oltre all’aumento degli abbandoni scolastici c’è stato un calo generalizzato dell’apprendimento», osserva Anna Oliverio Ferraris, psicologa dell’età evolutiva della Sapienza. E c’è una emergenza giovani che il teatrino della politica oscura da mesi. «Ho due figli, di cui uno di 15 anni, che mi dice da grande non resterò qui a pagare i vostri debiti. Per ripartire − incalza Francesca Sisinni, un’altra delle madri coraggio − occorre un risveglio delle coscienze e una scuola di qualità che non lasci indietro nessuno. È necessario costruire prospettive per il futuro. Andare via dall’Italia per un giovane laureato non deve essere un obbligo ma un’opzione». Poi aggiunge: «La cosa più grave è che ci sono tante famiglie fragili, lasciate a se stesse, dove non c’è nessuno in grado di contenere i disagi e di cui nessuno si occupa». 

Queste donne guardano all’Europa che, non a caso, ha dedicato uno dei suoi programmi più ambiziosi alla “Next generation”. «Montato e rismontato, ora il Recovery fund dovrà essere riscritto dal nuovo governo, ma vogliamo sapere con chiarezza in che modo − avverte Stefania Lattanzi, di Roma, fondatrice del movimento nazionale dei “Genitori in rete” −; quanti soldi verranno destinati alla scuola e per fare che cosa? Dai nidi alle superiori l’intero percorso di crescita culturale, psicologico, sociale e formativo dei ragazzi deve offrire garanzie di qualità». Analoghe le parole di Silvia Crispino, coordinatrice del movimento per la Calabria. 

«Vogliamo i progetti e vogliamo essere partecipi», afferma Emanuela Neri, una delle madri del Comitato “La forza siamo noi”. Nella società di oggi le idee sono carburante e loro di idee ne hanno tante. Come Karen Sarlo, di Vibo Valentia, del Comitato “Chiedo per i bambini”, che si batte per avere una scuola in cui si faccia innovazione: «Dobbiamo recuperare un gap dovuto a decenni di incuria, ma come si fa a pensare che proprio la nostra regione possa andare avanti senza il supporto della scuola. Conoscenza, istruzione, competenza sono alla base dello sviluppo. Il Recovery plan deve partire da qui».

Nel frattempo, le madri coraggio del Sud devono ancora misurarsi con la didattica a distanza. Perché in Calabria, come già successo in Puglia, dopo avere vinto ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, torna l’insidia della Dad. Dal primo febbraio i ragazzi dovevano essere tutti in classe, alle superiori al 50 per cento. Invece, ora possono restare a casa per seguire le lezioni online. Chi lo decide? «Studenti e genitori», ai quali viene data libertà di scelta. Con una diretta Facebook − rimbalzata in un lampo sui cellulari di mezza Calabria − lo ha annunciato Nino Spirlì, presidente facente funzioni della Regione Calabria. Con l’Ordinanza n. 4 del 30 gennaio il presidente, oltre a trasmettere le ultime disposizioni del ministero della salute, si è rivolto alle istituzioni scolastiche raccomandando loro di «favorire la didattica digitale integrata per tutti gli studenti le cui famiglie ne facciano esplicita richiesta». «Da tempo diffonde slogan che alimentano la paura dei genitori e invece di rendere sicuro il rientro a scuola scatena il caos», osserva allarmata Emanuela Neri. 

Per la Flc-Cgil quello di Spirlì è «un atto gravissimo», per i presidi «un’ingerenza da respingere». Per molte famiglie  «una follia, dopo l’interminabile lockdown scolastico», visto che la Calabria aveva chiuso tutto, dalle materne alle superiori. Durissima la reazione dell’Anp, l’Associazione nazionale dei dirigenti scolastici, che esprime indignazione: «I ragazzi tornino in classe, si tenta di “imporre” nuovi catenacci alla ripresa dell’attività didattica in presenza». L’ordinanza del presidente viene bollata come un tentativo maldestro di “legislazione creativa”, per altro lesiva del principio di autonomia scolastica. 

Ma le madri non si arrendono. Il presidente deve aver dimenticato il richiamo fatto dagli scienziati del Cts, il Comitato tecnico scientifico, che il 17 gennaio avevano sollecitato i governatori: «Aprite le scuole, chi le tiene chiuse nelle zone gialle e arancioni se ne assume la responsabilità». Responsabilità di ogni tipo, le conseguenze della Dad non si recuperano o si contrastano con una ordinanza. Molti ragazzi, tra i più vulnerabili, si allontanano e non tornano più: «Chi spinge alla Dad non si rende conto dei gravi danni che procura − stigmatizza la psicologa Anna Oliverio Ferraris −; gli studi dicono che per i ragazzi è impoverimento, regressione, perdita di interesse. Solo la classe fornisce un contesto adatto all’apprendimento e allo sviluppo della personalità, insegna a vivere. Inoltre, per seguire i figli che fanno scuola da casa le madri perdono il lavoro, viene scaricato su di loro un compito che è dello Stato. Infine, è inaccettabile che la politica si sovrapponga alle istituzioni scolastiche, non è compito di un presidente di regione interferire sulle modalità di insegnamento». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo al centro e in basso, protesta mamme No Dad [credit Salvatore La Porta]; in alto, protesta degli studenti davanti al ministero della Pubblica Istruzione

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Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.