Covid, lockdown e famiglie in crisi: chi gestisce ora i conflitti di coppia?

La pandemia per molti nuclei familiari è destabilizzante, accelera lo sfaldamento dei rapporti dove sono già presenti disagi. Un’emergenza nell’emergenza. Ritagrazia Ardone, presidente dell’Istituto di ricerca e formazione sulla mediazione familiare (Irmef): «È necessario, più che mai, superare lo smantellamento dei servizi pubblici sul territorio, com’è accaduto nell’ultimo decennio. Il ruolo prezioso del “mediatore familiare”


di ANNA MARIA SERSALE

Il Covid ha cancellato le certezze che credevamo di avere e l’imprevedibilità di ciò che accade ha contribuito al malessere dei singoli. Soprattutto per i più vulnerabili, per chi ha una vita difficile, problemi economici o lavori precari, ha provocato traumi e messo in crisi anche i rapporti matrimoniali o di convivenza. L’aumento delle separazioni e dei divorzi, registrato in questi mesi di pandemia (più 30% secondo le stime), ha messo in luce le carenze nei confronti delle famiglie in difficoltà. La separazione è un momento doloroso, ma l’assistenza dei servizi pubblici è insufficiente, soprattutto nei casi di maggiore fragilità.

La stagione dei diritti sociali nel nostro Paese è stata inaugurata cinquant’anni fa con il divorzio. Dopo la conferma referendaria del 1974 fu chiaro che le spinte reazionarie non avrebbero riportato indietro l’orologio della storia. Così, un anno dopo, nel 1975, fu fatta la prima riforma sul diritto di famiglia, finalmente basata sul principio di uguaglianza morale e giuridica dei coniugi. Fu anche abolita la patria potestà, divenuta potestà  genitoriale, oggi «responsabilità» nei confronti dei figli. E fu cancellata la «subordinazione della moglie al marito» contenuta nel Codice civile del 1942.

Anche se con grande ritardo, furono estesi alle donne i diritti che erano stati prerogativa maschile. Si era preso atto di quanto accadeva nella società, ma non fu fatta una vera riforma organica del diritto di famiglia: da allora le leggi hanno inseguito i mutamenti senza mai avere una visione d’insieme, mentre in quasi mezzo secolo il numero dei matrimoni continuava a scendere. I dati Istat dicono che dal 1974 al 2014 sono diminuiti del 52%, passando da 403.215 a 189.765, con una piccola ripresa nel 2018 (+2,3%). In sintesi, meno matrimoni, più unioni di fatto.  

La pandemia ora per molte famiglie è destabilizzante, accelera lo sfaldamento di nuclei dove sono già presenti disagi. Un’emergenza nell’emergenza, che fa capire quanto sia urgente una nuova cultura della separazione, per “gestire” in modo civile il dopo, senza scatenare guerre, per salvaguardare i diritti dei figli e tentare accordi condivisi che permettano un nuovo progetto di vita. Ma non è facile. Occorre un aiuto. È possibile ricorrere alla “mediazione familiare”, un istituto prezioso, che prevede un percorso alternativo a quello giudiziario, con l’obiettivo di trovare accordi in vista o dopo la separazione. Tuttavia la mediazione, nonostante abbia avuto un maggiore utilizzo con l’arrivo della legge n.54/2006 sull’affido condiviso dei figli, non è diffusa quanto dovrebbe.   

Una delle massime esperte in materia, Ritagrazia Ardone, già professore ordinario presso l’Università “Sapienza” di Roma, presidente dell’Istituto di Ricerca e Formazione sulla Mediazione Familiare ( I.R.Me.F.) e socio fondatore della Società Italiana di Mediatori Familiari (S.I.Me.F.) dice che «oggi più che mai si rende necessario predisporre interventi a sostegno delle famiglie separate, nei servizi pubblici del territorio e nei Centri per le famiglie, superando la tendenza a smantellare piuttosto che implementare tali servizi come è accaduto nell’ultimo decennio».
 
Dunque, è necessario il supporto di professionisti con competenze specialistiche, soprattutto quando le famiglie non hanno sufficienti  risorse relazionali «o hanno smarrito il senso della responsabilità genitoriale, poiché possono incorrere − avverte la professoressa Ardone − in conflitti distruttivi che si tramutano molto spesso in  battaglie legali e giudiziarie, in vere e proprie guerre con esiti violenti». Gli episodi di violenza domestica rappresentano l’apice di questo fenomeno, in molti casi i conflitti sono aggravati dalle pesanti difficoltà economiche connesse alla pandemia. La mediazione familiare prevede «un percorso extragiudiziale, volontariamente richiesto dalle coppie  con l’obiettivo − spiega Ardone − di riorganizzare le relazioni genitoriali, in vista o a seguito della separazione».

Ma chi è il mediatore e quale ruolo svolge? È una figura terza e neutrale, un “professionista” qualificato nella gestione dei conflitti familiari e di coppia. Il suo obiettivo è quello di ristabilire il dialogo per affrontare i problemi, a volte drammatici, che una rottura violenta e improvvisa può determinare. Primo passo: la richiesta consapevole e volontaria dei due contendenti, indispensabile per creare una zona franca in cui discutere di “accordi negoziali” importanti, dai turni dei figli con ciascuno dei genitori alle scelte educative, dall’assegnazione di beni alla conciliazione delle diverse e reciproche esigenze di vita.

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Foto: al centro, credit Gettyimage

About Author

Anna Maria Sersale

Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.