Covid, istituti di ricerca e Cts: tutto ciò che si poteva fare e non è stato fatto

Marzo 2020: i ricercatori universitari offrono il loro aiuto e il Comitato Tecnico Scientifico rifiuta gentilmente l’offerta. Fino a settembre i verbali degli incontri del Cts restano secretati, ora sono pubblicati solo dopo 45 giorni da ciascuna riunione. Per il professor Andrea Crisanti: «C’è qualcosa che non va nei tamponi, troppi antigenici (tamponi rapidi) e fatti male: andrebbero eliminati… Siamo in una fase di ascesa e il virus circola più di quanto vediamo dai test; qualcosa non la stiamo facendo bene»


L’analisi di LAURA CALOSSO

¶¶¶ Dire la verità è l’unico modo per commemorare le vittime (umane ed economiche) del Coronavirus. Dire la verità significa, ad esempio, raccontare cos’è successo lo scorso anno mentre vedevamo in tv le bare trasportate sui camion dell’esercito. L’occasione ce la offre la rivista scientifica Nature Italy che il 17 febbraio, in un articolo a firma del biologo molecolare e giornalista scientifico Sergio Pistoi [nota 1], spiega: «A marzo del 2020, un gruppo di 292 scienziati italiani scrisse una lettera aperta [nota 2] al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Tra i firmatari c’erano i responsabili di alcuni dei più importanti centri italiani di ricerca biotecnologica e clinica, oltre a esperti in test molecolari, in virologia e in microbiologia. Proponevano un piano per potenziare le capacità diagnostiche in fatto di Covid-19 nel Paese, sfruttando il potenziale di centri di ricerca universitari e offrendo i propri laboratori e il proprio personale senza costi aggiuntivi».

Vi ricordate quella notizia? Quando il 24 marzo 2020, un anno fa, abbiamo letto della disponibilità dei ricercatori italiani a mettersi gratuitamente al servizio del Paese, abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Era il tempo in cui non si trovavano le mascherine, in cui era impossibile fare il tampone, in cui le persone morivano a casa per “fame d’aria”, dopo essersi attenute all’indicazione di non andare a intasare i pronto soccorso. Erano i giorni delle bare di Bergamo, della disperazione di famiglie che non potevano dare neppure un estremo saluto ai propri cari. 

Così, in preda allo choc, abbiamo pensato: tante teste di brillanti ricercatori, unite nella lotta al Covid, raggiungeranno di certo soluzioni altrettanto brillanti e ci “salveranno”. E invece la salvezza non è arrivata. I morti hanno superato quota 100 mila, le attività economiche hanno subìto un colpo durissimo, in alcuni casi fatale. Ci siamo chiesti: perché in un anno nessuno è stato in grado di trovare un’alternativa a lockdown a singhiozzo, logoranti sotto ogni profilo? E oggi quella risposta è arrivata. È contenuta in un documento del Cts  (Comitato Tecnico Scientifico), finalmente  de-secretato [nota 3]. De-secretato? C’è un motivo per mettere sotto segreto un documento di interesse pubblico? La risposta non sta a noi. Ciò che invece sta a noi, come giornalisti, è riportare uno stralcio del documento N. 18010 del 31 marzo 2020, alla voce: “Laboratori di ricerca”. Ecco il passaggio decisivo, la replica ufficiale alla lettera con cui i ricercatori si erano messi a disposizione: «In relazione all’appello pubblicato su organi di informazione da un gruppo di ricercatori, appartenenti anche a prestigiose istituzioni accademiche […], il Cts effettua un’analisi della situazione tamponi per l’identificazione di Sars-Cov-2 in Italia. Dopo una valutazione del percorso e della tempistica che intercorrono tra il prelievo e la disponibilità del risultato per il clinico che ha disposto l’esame, a prescindere dal tempo netto per l’effettuazione del test, il Cts ritiene che la procedura rientri tra quelle precipuamente diagnostiche. Tali procedure sono già disponibili presso i Laboratori degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali, enti vigilati dal ministero della Salute, che sono stati già interessati per aumentare la capacità di risposta nel corso dell’epidemia. Pertanto, nel ringraziare i proponenti del contributo e della sensibilità, valuta che sia preferibile per le Autorità regionali coinvolgere, man mano che altri test diagnostici commerciali diventano disponibili, altri laboratori primariamente diagnostici delle strutture ospedaliere del Paese. Le Regioni sono responsabili della procedura di accreditamento dei laboratori, nel rispetto dei requisiti tecnici, strutturali, professionali e di sicurezza di cui al Dpr 14 gennaio 1997».

Tutto chiaro. Ai laboratori delle più prestigiose università italiane non è stato dato il permesso di fare i tamponi e quindi di contribuire al tanto prezioso tracciamento, utile a impedire la diffusione del virus, successivamente avvenuta. Neppure la proposta formulata nell’agosto scorso dal prof. Andrea Crisanti che proponeva 400 mila tamponi molecolari da fare ogni giorno per tracciare i contagi, ha avuto maggior fortuna. Il piano venne sostenuto da 150 accademici, ma in questo caso il Cts non discusse neppure la proposta. 

Oggi scriviamo di queste cose – ed è il giorno successivo a quello scelto per commemorare le vittime del Covid che proprio il 18 marzo hanno ancora superato quota 500 – e il prof. Crisanti ha dichiarato all’Adnkronos: «C’è qualcosa che non va nei tamponi, troppi antigenici (tamponi rapidi) e fatti male: andrebbero eliminati… Siamo in una fase di ascesa e secondo me il virus sta circolando di più di quello che vediamo dai test; c’è qualcosa che non stiamo facendo bene». 

Fino al settembre scorso i verbali degli incontri del Cts sono stati secretati. Attualmente vengono pubblicati, ma soltanto trascorsi 45 giorni da ciascuna riunione. Chissà quando verrà concesso ai ricercatori italiani di prestigiose università il permesso di dare il loro contributo scientifico e pratico in un contesto che pare, con il passare del tempo, sempre meno chiaro. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: in alto, il professor Francesco Locatelli, presidente del Comitato Tecnico Scientifico; in basso, riunione del Cts presso la Protezione Civile nazionale

About Author

Laura Calosso

Scrittrice, giornalista e traduttrice, laureata in Scienze Politiche e in Lettere, Culture moderne comparate, Letteratura tedesca. Ha lavorato come giornalista e addetta stampa. La carriera di scrittrice è iniziata con una menzione di merito al Premio Calvino, edizione 2008/2009, e il primo romanzo "A ogni costo, l'amore" pubblicato da Mondadori nel 2011. Il giornalismo d’inchiesta è la sua passione. Lavora nel mondo dell’editoria e per la Rai.