Cosa cambia con la didattica a distanza? Piero Lucisano: «Le nuove tecnologie non sostituiscono la formazione in presenza»


L’intervista di ANNA MARIA SERSALE

Piero Lucisano, docente ordinario di Pedagogia sperimentale all’Università La Sapienza di Roma, è uno dei massimi esperti nazionali nella materia. Lucisano è anche presidente della Sird, la Società italiana di ricerca didattica. Di recente, insieme ai docenti di numerose università italiane, ha promosso una indagine sulla didattica a distanza nella fase di emergenza Covid.

− Professor Lucisano, quale era il vostro obiettivo?

«Certamente non quello di valutare i docenti o le singole scuole, ma quello di capire che cosa stava accadendo. La Sird, fin dai primi giorni della pandemia, si è chiesta quale fosse il contributo che una società scientifica potesse fornire al paese e abbiamo scelto di lavorare ad una conoscenza approfondita dei problemi che si stavano presentando nella didattica».

− Nella prima fase di lockdown ci sono state difficoltà. Che cosa raccomanda per una buona didattica a distanza?

«Si possono ottenere buoni risultati solo a determinate condizioni. La didattica a distanza deve essere fortemente programmata e deve poter utilizzare attrezzature adeguate, con modalità interattive. E gli studenti devono essere protagonisti. Inoltre ci vuole grande esperienza da parte degli insegnanti. Per la valutazione a distanza degli alunni, per esempio, occorrono complesse procedure. Dal momento che avevamo una ragionevole previsione che dall’autunno ci saremmo trovati ad affrontare una seconda ondata del contagio, nei mesi scorsi avremmo dovuto attivare iniziative ad hoc. Se avessimo comprato un milione di computer e avessimo provveduto a fornire un collegamento gratuito di qualità per ogni famiglia, oggi le lezioni a distanza potrebbero essere migliori. Invece, abbiamo acquistato banchi e per quattro mesi siamo stati a decidere in che modo fare lezione in presenza, così ora gli insegnanti si troveranno esattamente come nello scorso anno scolastico a dover riprogrammare tutto in fretta e furia per passare alla didattica digitale».

− Dall’indagine quali sono le maggiori criticità emerse?

«Certamente la valutazione del lavoro degli studenti ha rappresentato per gli insegnanti uno degli aspetti di maggiore difficoltà. Nel complesso, le maggiori criticità hanno riguardato l’aumento dei tempi di lavoro oltre alla valutazione degli studenti, ma sono risultati rilevanti anche i problemi tecnici. Si sono presentati problemi anche in relazione al rapporto con i genitori, mentre sembra invece che all’interno della scuola il clima di emergenza abbia stimolato la solidarietà con i colleghi e con la dirigenza. Per la valutazione, la maggior parte degli insegnanti dichiara di avere seguito indicazioni del collegio docenti (87%) e del Ministero (74%) e di aver dovuto cambiare criteri rispetto all’esperienza precedente (73%). Le modalità prevalenti sono rimaste i compiti scritti e interrogazioni orali, mentre minore è il numero di insegnanti che ha dichiarato di avere attivato modalità di autovalutazione e lavori di gruppo».

− Avete rilevato fattori positivi?

«Sì, volevamo trarre da un’esperienza difficile come quella che stiamo vivendo elementi che ci aiutino a ripensare la scuola e la didattica anche nella fase post emergenziale. Pensiamo che l’emergenza abbia trovato un sistema scolastico che trascinava già una quantità di problemi irrisolti, dalla scarsità degli organici ad una situazione edilizia inadeguata, dalla ristrettezza delle risorse alla formazione iniziale e alle modalità di reclutamento degli insegnanti, fino alle normative sulla valutazione del profitto degli studenti. Riteniamo anche che la crisi abbia dato una accelerazione all’esperienza di uso di nuove tecnologie che potranno integrare, ma non sostituire, la formazione in presenza ritenuta essenziale per il ruolo educativo che la nostra Costituzione assegna alla scuola».

− I principali punti analizzati?

«L’impatto della didattica a distanza sulla rimodulazione della programmazione; gli strumenti tecnologici utilizzati; le strategie didattiche utilizzate; la preparazione degli insegnanti a svolgere le lezioni on line; le criticità incontrate; la qualità delle forme di collaborazione attivate; i problemi nella valutazione degli studenti; gli interventi realizzati per gli studenti con disturbi specifici dell’apprendimento e bisogni educativi speciali; infine la valutazione complessiva dell’esperienza. Abbiamo poi integrato il questionario per capire le difficoltà degli studenti a seguire la didattica a distanza, quali i punti di forza di questa esperienza e quali i punti di debolezza».

− A chi era rivolto il questionario?

«Ad insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado. È stato aperto on line dall’8 aprile al 15 giugno 2020. In questo intervallo di 11 settimane hanno risposto 16.133 insegnanti delle diverse regioni italiane. Gli insegnanti che hanno risposto rappresentano circa il 2% degli insegnanti italiani, con un’ampia rappresentazione del territorio nazionale; infatti le risposte provengono da 1834 comuni, pari a circa il 23% dei comuni italiani. Se consideriamo la popolazione scolastica dei comuni dove insegnano i docenti che fanno parte della nostra unità di analisi, questa rappresenta più del 70% della popolazione studentesca italiana».

− Piattaforme, lavagne virtuali, social: pare che i docenti si siano ingegnati in tutti i modi pur di raggiungere i ragazzi.

«Se consideriamo le risposte dell’intera unità di analisi emerge che lo strumento complessivamente più utilizzato sono state le Piattaforme digitali, seguite da altri strumenti di messaggistica istantanea, chat di gruppo (whatsapp, e-mail, registro elettronico, App interattive per la produzione e la condivisione di documenti, ecc.). Mentre, tra gli strumenti poco utilizzati, merita considerare i social e il sito della scuola. Aggiungo che le domande del questionario ci restituiscono un quadro che evidenzia come, nella situazione di difficoltà, nel fare lezione abbia prevalso l’uso di modalità trasmissive rispetto alle modalità interattive. È noto come le situazioni di difficoltà finiscono per portare ad assumere modalità più sperimentate, più padroneggiate e che in qualche misura rispondono di più al modello tradizionale di insegnamento».

− Si era preparati a questa novità?

«Non molto. Ci siamo chiesti in che misura gli insegnanti considerassero di avere avuto una preparazione adeguata alla didattica a distanza. La prima delle quattro domande che affrontavano questo argomento riguardava l’uso del registro elettronico che appare adottato nella maggioranza delle scuole ma presenta una flessione significativa nella scuola dell’infanzia. Se invece si affronta il tema della formazione, vediamo sia come le risposte positive vadano dal 9,9% della scuola dell’infanzia al 23,4% della scuola secondaria di secondo grado, sia come le differenze si accentuino in relazione all’aver avuto esperienza diretta di forme di didattica a distanza. Va comunque sottolineato un aspetto positivo. Molti hanno apprezzato le potenzialità della didattica a distanza. Le risposte indicano che per oltre la metà degli insegnanti l’esperienza è stata anche frutto di apprendimenti che ritengono utili per il futuro. Gli insegnanti che sembrano avere apprezzato di più le potenzialità della didattica a distanza sono quelli di scuola secondaria di primo grado, mentre la percentuale minore si rileva nella scuola dell’infanzia».

− Come hanno reagito gli studenti?

«Se esaminiamo per aree, possiamo vedere come nelle regioni del Sud e nelle Isole si siano verificate percentuali di disagio significativamente più alte delle altre aree regionali. Le analisi successive ci consentiranno di approfondire le motivazioni di questo fenomeno che tuttavia tende a confermare un impianto non equo del nostro sistema scolastico già emerso da indagini nazionali ed internazionali fin dagli anni Settanta, rispetto al quale gli interventi effettuati finora sembrano non aver avuto alcuna efficacia». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Anna Maria Sersale

Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.