Coronavirus: «dalla depressione psicologica ci salviamo solo insieme»

L’emergenza si allunga e l’isolamento forzato mette a nudo le nostre fragilità. Il professor David Meghnagi di Roma Tre a Italia Libera: «Ce la dobbiamo fare con senso di responsabilità. E i programmi televisivi non devono essere un ring». La seconda parte della nostra inchiesta sugli effetti sociali e personali della pandemia


intervista di ANNAMARIA SERSALE

Sappiamo che l’emergenza non finirà presto, i numeri del virus preoccupano e per molte persone aumenta lo stress, con possibili danni non soltanto fisici. Su questo tema abbiamo intervistato David Meghnagi, professore senior di psicologia clinica dell’università degli studi “Roma Tre”. 

— Professor Meghnagi, il senso di pericolo e un maggiore isolamento personale possono aumentare fenomeni di ansia e di depressione?
«Certamente. In questo momento la depressione è diffusa. Ne soffrono in modo diverso giovani e anziani. Gli anziani sono più a rischio, ma anche per i giovani i problemi sono tanti. Il Covid blocca molte delle loro attività, tra cui la scuola che è un forte collante. La relazione è un elemento fondamentale della vita. Tutti ne abbiamo bisogno. Ma i problemi possono essere gestiti se si crea collaborazione. Ai giovani occorre dire che stanno proteggendo i nonni e i genitori. Sentirebbero di avere un ruolo importante. Insieme possiamo evitare una maggiore diffusione del virus, le rinunce in questi casi possono essere vissute come conquiste».

— I tempi dell’emergenza si allungano e avremo davanti mesi difficili. Che fare?
«Occorre abbassare il tono delle polemiche, occorre un grande senso di responsabilità. I programmi televisivi non devono essere un ring. Per molti mesi dovremo convivere con una situazione difficile, la politica dovrebbe essere più responsabile. Non eravamo preparati alla pandemia, ma ce la possiamo fare. Anzi, ce la dobbiamo fare. Possiamo trasformare questo dramma in una opportunità. La lezione tragica e amara del Covid deve servire a capire che i problemi di pandemia possono ripresentarsi e per questo non dobbiamo trovarci impreparati. La Spagnola fece 50 milioni di morti. Oggi abbiamo più mezzi per difenderci». 

— La pandemia ha messo a nudo la nostra personale fragilità e la fragilità delle nostre certezze.
«Il crollo delle sicurezze, la paura della devastazione economica ci pongono una grande sfida alla quale dobbiamo sapere rispondere. Non si può pensare di uscirne in modo solipsistico. Occorre riscoprire l’etica della responsabilità, sviluppando e rafforzando la solidarietà e la collaborazione, unendo le forze».

— Dunque, ci si salva insieme.
«Proprio così. La fragilità è costitutiva della nostra condizione umana. È fragile l’intero pianeta in cui viviamo. La consapevolezza può aiutarci a sviluppare la resilienza. Dobbiamo apprendere dall’esperienza. Non negare il dolore, ma elaborarlo, per difendere il bene che abbiamo avuto in passato». 

— Paura e stress possono provocare disturbi del comportamento?
«Può accadere quando l’isolamento, il dolore, i problemi non sono condivisi, non hanno sostegno. Le situazioni individuali, ripeto, se c’è sostegno si possono superare».

— E gli anziani?
«Non vanno lasciati soli, vanno attivate tutte le forme di assistenza anche telefonica. Penso a chi è morto isolato, senza un abbraccio, senza una persona cara. Una disperazione doppia in chi si è ritrovato solo e in chi non ha potuto dare un ultimo abbraccio».
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Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.