Come avere nostalgia di un regime fascista violento, guerrafondaio, corrotto, razzista?

Scendono in piazza coi negazionisti del Covid, raccontano bufale sulla nostra storia, sono accolti con indulgenza in cortei e manifestazioni di piazza. Sono i fascisti del terzo millennio. Sei libri per aprire la mente delle nuove generazioni su cosa sono stati nella realtà Mussolini e i suoi gerarchi: leggere per credere. Per il suo comizio a Napoli, Salvini ammicca al Ventennio e ribattezza Piazza Matteotti in Piazza della Posta, com’era denominata sotto il fascismo


di VITTORIO EMILIANI

E’ incredibile, ma sabato scorso Roma ha dovuto assistere ad altri saluti romani e ad altre esibizioni fasciste in Piazza del Popolo mischiate ai “No Vax”, ai gilet gialli, comunque ad un antiparlamentarismo di fondo che “tollera” se non giustifica Casa Pound e Forza Nuova. Forze che si ritengono legittimate ad uscire allo scoperto malgrado le leggi Scelba e Mancino proibiscano da tempo la ricostituzione di un partito fascista. Evidentemente il clima attuale le autorizza a crederlo. In questi giorni il manifesto che annuncia il comizio di Salvini a Napoli ribattezza, non a caso, Piazza Giacomo Matteotti in Piazza della Posta come sotto il fascismo.

Perché, di fondo, siamo ancora fascisti? Le prime risposte le dà il recentissimo Ma perché siamo ancora fascisti? (Bollati Boringhieri, 2020), di Francesco Filippi, autore, un anno fa, di un altro libro didattico Mussolini ha fatto anche cose buone (Bollati Boringhieri, 2019), cioè alle “bufale” che girano da cent’anni ormai sulle presunte conquiste del regime, che, in realtà, risalgono chiaramente ai governi Giolitti o Nitti. Due operazioni didascaliche importanti. Nei quiz televisivi, quando si parla di Hitler o di Mussolini, vi sono concorrenti che li collocano grottescamente negli anni ’60 o ’70 del ‘900, diplomati o laureati che sarebbero da cacciare con ignominia. E che invece ridacchiano e in studio si ridacchia complici con loro.

Allora, subito a comprare questi due libri, molto agili, dello storico Francesco Filippi. Costano poco e si leggono con piacere. Aggiungo che all’interrogativo di fondo “Ma perché siamo fascisti?” molti commentatori hanno risposto: perché dopo il 25 luglio 1943 si è pensato di proseguire con un fascismo senza Mussolini, perché dopo la fine del conflitto non si è affatto interrotta la “continuità dello Stato”, perché, avendo quale primo obiettivo la Repubblica, Togliatti stesso, ministro della Giustizia, promosse una amnistia talmente vasta fra i “repubblichini” che con la “epurazione”, alla fine, volarono in aria soltanto gli stracci.

Ma restiamo in tema, più direttamente, col volume di recente uscita Chi è fascista (Laterza, 2019) dello storico Emilio Gentile dedicato alla “svolta” del 25 luglio 1943 e del Gran Consiglio fra il pomeriggio del 24 luglio e la notte del 25, ricco di documenti sin qui “secretati”. Cosa ne sanno i giovani? Quasi nulla. Da esso emerge in modo lampante che contro il Duce convergono due “partiti” opposti: quello di Dino Grandi favorevole alla fine del conflitto ovviamente senza più Lui di mezzo e l’altro di Farinacci favorevole invece alla prosecuzione della guerra insieme a Hitler senza più l’indebolito Mussolini. Nel contempo Vittorio Emanuele III, per suo conto insieme al maresciallo Badoglio, ha già preparato un colpo di Stato militare, con l’arresto del dittatore messo in sella nel ’22, senza avere però alcuna strategia sul “dopo”, se non un governo Badoglio con militari e tecnici fedeli. Senza saper che fare soprattutto dell’ormai ex Duce il quale all’inizio si fa una vacanza pagata a Ponza in pensione, sul terrazzo dove lo scorge l’ancora confinato Pietro Nenni, nel 1911 compagno di battaglie massimaliste. Una tragicommedia mentre dal Nord dilagano a Sud – tragedia vera – le truppe tedesche che potevano benissimo essere fermate al Passo di Tarvisio facendone saltare le gallerie. Col corteo di auto che dal Quirinale, dopo l’inutile pianto («Che vergogna, che vergogna») del principe Umberto, viaggia verso Pescara e poi Bari senza lasciare al generale Carboni, incaricato della difesa di Roma, altra regale consegna che un cinico «si arrangi». L’occupazione nazifascista della capitale sarà terribile.

Sullo sconcerto generale che coglie l’Italia e gli Italiani dopo l’armistizio dell’8 settembre è uscito di recente un libro assai vivace e utile composto dallo storico dell’Università di Bologna, Paolo Sorcinelli, Storie dell’8 settembre (Clueb, Bologna, 2020). Mosaico molto ben riuscito di tante storie dal basso, di italiane e italiani che si destreggiano come possono nella tragedia e quindi narrano quell’evento storico così mal preparato e costruito, quello sbandamento epocale di massa.

Regime, quello fascista, che suscita inossidabili nostalgie, malgrado sia stato pure profondamente corrotto, con arricchimenti personali incredibili. Documentati dagli storici Mauro Canali e Clemente Volpini: Mussolini e ladri di regime (Mondadori, 2019). Ce n’è per tutti. Si sapeva di Costanzo Ciano, uomo di fiducia del Duce, detto già allora Ganassa che ha lasciato un patrimonio sontuoso. Si sapeva meno di Farinacci al quale lo stesso Mussolini, sarcastico, rimprovera di vivere alla grande, da”ras”, e di fare del “pezzentismo”. O del ministro dell’Agricoltura, Rossoni Edmondo soprannominato l’Immondo. Un ambiente di affari grassi, di amanti costose, di tenori di vita lussuosi. All’inverso ci sono afascisti o antifascisti come il presidente di Comit, Raffaele Mattioli, o dell’Iri, Alberto Beneduce senza macchia di sorta.

“Eh, ma quando c’era Lui, mica c’erano crisi di governo…”, si sente ancora dire. Crisi del governo centrale senza opposizioni di sorta, no. Ma nelle amministrazioni locali, altroché! Un’altra ricerca, uscita qualche anno fa, Mussolini l’anti-cittadino (Castelvecchi) di Michele Dau ci illumina infatti sulle aspre faide fra gerarchi nei Comuni: per esempio fra Italo Balbo e Leandro Arpinati in Emilia-Romagna. Nella stessa Forlì del Duce i commissari prefettizi sono frequenti e così a Bologna più volte, oltre una decina, senza podestà. Come si può provare una qualche nostalgia per quel regime che precipitò gli Italiani in una guerra disastrosa, devastante, con centinaia di migliaia di morti, se non raccontandosi di continuo delle balle solenni?

Leggere per credere, leggere documenti, s’intende. Leggere cifre: per esempio le centinaia di socialisti, comunisti, cattolici, repubblicani, eliminati fisicamente dallo squadrismo e quei cinquemila italiani i quali furono giudicati dal Tribunale Speciale del Fascismo che irrogò ben 28.000 anni di carcere o di confino. Con alcune condanne preventive a morte di oppositori: Giacomo Matteotti, don Giovanni Minzoni, Giovanni Amendola, Piero Gobetti, lo stesso Antonio Gramsci il cui cervello «non doveva più funzionare». E senza contare le migliaia di oppositori costretti all’esilio e gli italiani ebrei (almeno 45.000) sterminati nei lager nazisti, a Fossoli, a Bolzano, alla Risiera di San Sabba. Eppure c’è ancora un fascismo di fondo che coltiva dentro di sé ed esalta quelle imprese “eroiche”. ♦

About Author

Vittorio Emiliani

Direttore onorario - È nato a Predappio in Romagna. Ha iniziato l’attività giornalistica a Voghera concorrendo con Alberto Arbasino e altri giovani pubblicisti a creare nel 1956 “Il Cittadino” e dirigendo, a Pavia, “Ateneo Pavese”. Collaboratore dal ’56 di “Comunità” di Adriano Olivetti, poi del “Mondo” di Mario Pannunzio e de “L’Espresso” di Arrigo Benedetti. Dal 1961 al 1974 ha lavorato al “Giorno” di Italo Pietra, redattore e poi inviato di economia e politica. È stato inviato speciale anche al “Messaggero” che ha poi diretto dall’80 all’87. Collabora a quotidiani e riviste. Ha all’attivo una trentina di libri, gli ultimi “Roma capitale malamata” (il Mulino) e “Raffaello tradito” (Edizioni Bordeaux). Autore di numerose inchieste tv prima dell’avvento dei craxiani. Membro del Consiglio d’amministrazione della Rai dal ’98 al 2002, di cui è stato anche presidente pro tempore per alcuni mesi. Collabora attivamente con Radio Radicale.