Ciao Milva: ragazza scalza delle balere, pantera rossa della canzone italiana

Adesso che la fiamma si è spenta è difficile non sentire uno spaesamento che di solito si prova solo per le persone di famiglia o gli amici cari. Cantante e performer straordinaria, era già celebre a 21 anni. Il talento, la sensibilità, la capacità mimetica di aderire alle cose (e alle persone) crescevano con il suo successo. E aumentavano anche la faziosa avversione politica. Era dotata di classe, spessore umano, magnetismo e ironia. Ma era allergica ai fascisti. A quelli dichiarati e a quelli che lo sono dentro. 173 tra album in studio, album live e raccolte, 80 milioni di dischi venduti e spettacoli in quasi tutto il globo


Il commento di CARLO GIACOBBE

¶¶¶ Milva non c’è più. Abbiamo perso una colonna portante della musica del secondo novecento, figlio della guerra, e del primo decennio di questo assurdo e forse immemore ventunesimo secolo. A parte la lirica (cui pure avrebbe potuto consacrare la sua splendida e poderosa voce di contralto) e il rock (che non credo le piacesse per niente), non c’è stato genere o stile che Milva la Rossa e la “rossa” Milva non abbia frequentato con passione e professionalità, provando e dispensandoci emozioni come ben pochi artisti hanno mai saputo fare. 

Che stesse male, nell’anima e nel corpo, lo sapevamo tutti da tempo; negli ambienti musicali, tra i giornalisti e anche tra i semplici fan. Sapevamo anche quale fosse l’origine del suo male, anche perché lei non aveva mai fatto troppi misteri, non ritenendo che una malattia, ancorché dal sinistro, germanico nome, dovesse essere schermata e fatta passare sotto silenzio come una colpa, come una vergogna. O forse quella parola, Alzheimer, a lei che sapeva di tedesco non pareva affatto sinistra. Magari le ricordava qualcosa dei tantissimi successi avuti in Germania con i suoi spettacoli.

Adesso che la fiamma si è spenta è difficile non sentire uno strano smarrimento, uno spaesamento che di solito si provano solo per le persone di famiglia o gli amici cari. Ma insieme sollievo. Sì, anche sollievo. Che se si supera l’egoismo dell’estraneo – che con assurda avidità vorrebbe un artista eternamente presente, performante, dedicato – invece si sa che l’olio nella lampada sta esaurendosi e a bruciare è solo il povero, residuale stoppino che arde e duole e non può fare più luce.

Milva, cantante e performer straordinaria, era già celebre a 21 anni. Era stata da subito apprezzata, poi amata, poi idolatrata dal suo pubblico, in un crescendo che però era andato nei due sensi: perché a misura che il talento, la sensibilità, la capacità mimetica di aderire alle cose (e alle persone) per cui riteneva che valesse la pena spendersi crescevano con il suo successo, aumentavano anche il fastidio, l’idiosincratica meschinità, la faziosa avversione politica. Soprattutto politica, di chi non sopportava che una ragazza figlia di genitori umili, cresciuta a Goro, nel Ferrarese, dalla scolarità modesta e con la puzza di pesce nelle nari per via di un padre che lo pescava alle foci del Po e poi andava a venderlo col suo camion, fosse diventata una splendida donna, dentro non meno che nel fisico dalla sensualità prepotente. 

Soprattutto c’era chi non sopportava che lei, così rispettosa e riconoscente con chi le aveva fatto da pigmalione e valorizzato la duttile e vivace intelligenza, non solo artistica, fosse distante e sprezzante con chi pretestuosamente non riconosceva i suoi meriti e la qualità del suo impegno sociale e ideale. Mai abbandonatasi a pose snobistiche, Milva era dotata di classe, spessore umano, magnetismo e, se voleva, ironia. Ma era allergica ai fascisti. A quelli dichiarati, naturalmente, e a quelli che lo sono dentro. 

Dotata di memoria e capacità di riprodurre i suoni, qualsiasi suono, straordinarie, sapeva virare la conversazione dalla vita delle mondine in Bella Ciao, canto semplice eppure irresistibile divenuto l’inno partigiano più famoso e più eseguito di tutti, dalle canzoni di Sanremo (non snobbò mai il festival, al quale partecipò per 15 volte), alla scrivania di Umberto Eco, al tavolo di Giorgio Strehler (che fu suo maestro e partner amoroso, anche se non esclusivo, oltre che il sodale di sempre). O dai testi di Bertolt Brecht o dell’amica Alda Merini alle musiche di Kurt Weill, Ennio Morricone, Luciano Berio, Astor Piazzolla, Franco Battiato, Fabrizio De André…

Con altri intellettuali e artisti ebbe storie talvolta tumultuose. Maurizio Corgnati fu l’unico che sposò e con cui ebbe l’unica adorata figlia Martina, che assieme alla segretaria/amica Edith l’ha accompagnata sino all’epilogo del viaggio cominciato dieci anni fa quando decide di ritirarsi dalle scene e perché non più all’altezza delle aspettative del pubblico. Dopo la decisione di lasciare il marito, cosa di cui avrebbe provato sempre grande rimorso, Milva ebbe altri legami. Alcuni semplici flirt e altre lunghe ma sempre travagliate relazioni. Particolarmente tragiche due di esse. Con l’attore Mario Piave (pseudonimo di Domenico Serughetti), che nei quattro anni che stettero insieme tentò il suicidio due volte e che in seguito fu ucciso a colpi di pistola in un delitto rimasto insoluto, e con un altro attore, Luigi Pistilli, che tormentato da una grave forma di depressione, acuita da dissapori professionali con Milva, nel 1996 si tolse la vita impiccandosi nel suo appartamento milanese. 

Nonostante queste e altre tormentate vicende, Milva rimane dedicata alla sua arte anche grazie alla strenua forza di carattere. Intorno ai 70 anni – il male ha cominciato da poco a morderle coscienza, memoria e resistenza, ma senza menomarle il forte spirito critico – capisce che non potrebbe mantenere i livelli di eccellenza e di perfezionismo che pretende da sé stessa e che ormai considera il suo legato al pubblico. Un pubblico che lei, con 173 tra album in studio, album live e raccolte, 80 milioni di dischi venduti e spettacoli in quasi tutto il globo, per più di mezzo secolo ha viziato come pochi artisti sono stati in grado di fare. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio