«Che dire di Kamala? Ero graduate student a Berkeley…»: la vice di Biden “vista dal basso”

Una biografia politica controcorrente raccontata dal suo compagno di Università alla vigilia del suo debutto alla Casa Bianca. Al corso di Rudolf B. Schlesinger studiarono insieme, per separarsi verso carriere opposte. Il rapporto di Harris con i Big Tech californiani, le repressioni contro gli abbandoni scolastici delle minoranze afro-americane e latinos


di UGO MATTEI, giurista

¶¶¶ Che dire di Kamala? Ero graduate student a Berkeley nel 1987, super-eccitato dallo sbarco in California. Per due anni avevo frequentato la Law School a Yale, che in quel periodo si stava trasformando in un poderoso apparato ideologico per inventare un volto umano al neoliberismo. La brutalità estrattiva che da Chicago stava dilagando in tutto il mondo – con le sue conseguenze di imperialismo, miseria e trionfo delle corporation sulle democrazie statali (il Chile e la Bolivia erano i laboratori) – richiedeva qualche contemperamento. La proverbiale ipocrisia della sinistra liberal (che oggi inneggia a Kamala e ieri a Obama), raccolta nelle grandi università della Costa Est, si era messa all’opera, indorando la pillola neoliberale ai rampolli delle elite di tutto il mondo.

Ero stufo di quell’atmosfera, per quanto ne fossi stato affascinato e (quasi) sedotto. L’opportunità di cambiare Costa l’avevo colta al volo. Berkeley – per un giovane compagno quale, nonostante tutto, ero riuscito a rimanere, sebbene fossero passati più di vent’anni – era ancora quella mitica di Mario Savio e Fragole e Sangue. La University of California, con la sua costellazione di campus celeberrimi, era la più grande università pubblica degli Stati Uniti, e gli studenti potevano muoversi liberamente da un campus all’altro per seguire le lezioni dei luminari per loro più interessanti. A me interessava il diritto comparato ed il maestro dei maestri, Rudolf B. Schlesinger, all’epoca ormai settantasettenne, insegnava a U.C. Hastings College of the Law, San Francisco, giusto dall’altra parte del Bay Bridge.

Si trattava di una figura leggendaria. Fuggito rocambolescamente all’Olocausto, ormai pienamente formatosi come giurista tedesco, aveva ricominciato dal primo anno di giurisprudenza alla Columbia University, seppure in tasca avesse già un dottorato di Monaco. Uno dei pochissimi al mondo dotati di una piena formazione nei due sistemi dominanti della tradizione romanista e di quella di common law rispettivamente, Schlesinger aveva letteralmente inventato il diritto comparato, portandolo ad un livello di sofisticatezza ineguagliabile fin dalla prima parte degli anni ’50. Era dunque per me naturale prendere due volte la settimana la metropolitana per seguire il corso del Maestro.

In quello spring term del 1988, al corso di comparative law (quasi interamente dedicato alla procedura civile) era iscritta anche Kamala Harris. Non ne ho un ricordo nitido e mi sarebbe impossibile un giudizio personale. Era un corso molto tecnico ed eravamo almeno una cinquantina di iscritti. Schlesinger, anche per questo molto popolare fra gli studenti, applicava un metodo socratico per così dire moderato, sicché quando poneva domande (molte volte in ogni ora di lezione) attendeva che le risposte giungessero volontariamente, senza sottoporre questi o quella alla gogna della pubblica interrogazione (cosa che capitava in quasi ogni altro corso).

Kamala comunque si era fatta notare a Hastings. Era riuscita a farsi eleggere presidente della Black Students Association, sebbene non fosse afro-americana. In questo era del tutto simile al Barack Obama di Harvard Law School. Era riuscita da subito a “contare” come nera, ma nei suoi confronti la politica dell’affirmative action non aveva alcuna reale giustificazione, perché non era cresciuta svantaggiata nel ghetto americano. Era in effetti figlia del privilegio (per lo meno intellettuale) con il padre economista giamaicano professore a Stanford (l’Università americana che paga i suoi docenti più di tutte) e la madre bramina indiana, affermata scienziata e ricercatrice, figlia di una famiglia che aveva avuto un ruolo importante a fianco di Nheru. 

La stessa Kamala, celebrata in un intervista al giornale di Hastings poco dopo esser diventata Attorney General della California, aveva ricordato che, durante le estati trascorse in India nel corso della sua infanzia, era stata ispirata dal nonno e dai circoli dei suoi amici a sviluppare una vocazione per la giustizia, sempre dalla parte dei deboli… In verità il suo record non dimostra per nulla questo genere di preoccupazioni. Lo vedremo meglio nella seconda parte dell’articolo nei prossimi giorni. − (1. Continua) ◆ © RIPRODUZIONE RISERVATA
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Foto: in alto, Kamala Harris (a destra), nel corso di una manifestazione contro l’apartheid a Washington nel 1982 [Afp]; al centro, Rudolf B. Schlesinger; in basso, Kamala Harris Attorney General della California 

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Ugo Mattei

Dal 1997 insegna diritto civile all’Università di Torino, diritto internazionale e comparato all’Università della California. Avvocato cassazionista, è stato fra i redattori dei quesiti referendari sui beni comuni del giugno 2011 e per due volte ha patrocinato il referendum presso la Corte Costituzionale. Fra i titoli pubblicati, ricordiamo “Beni Comuni. Un Manifesto” (Laterza 2011) che ha raggiunto l’ottava edizione, “Il saccheggio”, con Laura Nader (Bruno Mondadori, 2010), “Contro riforme” (Einaudi, 2013), “Senza proprietà non c’è libertà. Falso!” (Laterza, 2014). È curatore generale della collana Common Core of European Private Law (Trento Project) alla Cambridge University Press, ed editore capo della rivista Global Jurist. Il suo volume sulla proprietà privata, pubblicato nel 2001 (seconda edizione Utet 2014), ha ricevuto il Premio Luigi Tartufari dell’Accademia Nazionale dei Lincei consegnatogli dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. È presidente di “Generazioni Future Rodotà”