Binari divelti e piste ciclabili: un conflitto insensato

Il Piemonte sbaracca la rete ferroviaria voluta da grandi statisti come Cavour e Giolitti, per sostituirla con i torpedoni. Studenti e pendolari costretti a viaggiare come sardine, anche al tempo del Covid. Parte la mobilitazione dal basso: flash mob nelle terre di Pavese, Fenoglio e Lajolo, con appelli all’Unesco: «Fermateli!»


Il reportage di BEPPE ROVERA

Pochi secondi di un video sul web e il dilemma è chiarito: smontare le tratte ferroviarie, dismesse troppo in fretta, e trasformarle in piste ciclabili per turisti è insensato. Tanto più se, in tempi di Covid, neppure un pullman doppio assicura un passaggio decente agli studenti. Le immagini sono impietose. Decine di ragazzi, con e senza mascherina, spingono e si pigiano, ma non trovano posto. E i commenti nel filmato-denuncia centrano subito la questione: «Ecco servito chi dice che il torpedone è più bello… Troppi interessi verso il trasporto su gomma» (Andrea). «Il Fenomeno − riferito all’assessore Marco Gabusi, della giunta Cirio, che in Regione ha avviato una drastica politica di sbaraccamento di stazioni e binari − ha già detto che non ci sono le condizioni per riaprire le tratte… Sì, proprio un Fenomeno» (Pietro Enrico). «Non ci prendano per i fondelli: un mezzo che corre sui binari avanti e indietro, non solo non dà fastidio a nessuno, è il più razionale ed economico» (Giorgio). «Che aspetta a intervenire Rfi, la Rete ferroviaria italiana, visto che è la proprietaria. Denunci i comportamenti della Regione, la diffidi…» (Angelo).

Una scia lunga di reazioni, non tutte pro treno, ovvio; a molti non importa nulla della pianificazione, della razionalizzazione integrata dei servizi, a loro basta …pedalare. Che è certo importante, sostenibile, salutare. Parigi ha 60 km di percorsi per le due ruote, persino una “autostrada ciclabile”; Milano conta di arrivare presto a 35 km. Palermo vorrebbe attivarne diverse, ma, tra non pochi malumori, c’è chi invoca invece investimenti cospicui nel miglioramento delle strade. I più convengono che i due mezzi, treno e bici, sono entrambi validi, non vanno messi in contrapposizione, semmai abbinati.

Del resto: come far arrivare sulle piste ciclabili i turisti? Con gli autobus, le macchine che inquinano e vanificano i benefici della successiva gita ecologica? Follia. Eppure, la risposta politica a chi protesta contro il de profundis intonato alle strade ferrate in sonno è banale quanto categorica: «Quelle linee non hanno futuro. Economicamente sono morte». Lo va ripetendo da un angolo all’altro del Piemonte l’assessore regionale ai Trasporti, Gabusi appunto. Via la Asti-Alba, al diavolo la Bra-Cavallermaggiore, la Saluzzo-Savigliano, la Asti-Chivasso, la Cuneo-Ventimiglia-Nizza, la Ceva-Ormea, l’infinità di tracciati che collegano minuscole realtà montane e di fondovalle, dal biellese all’Ossola.

Vero è che lo scenario dei caselli dismessi con le erbacce cresciute senza cura, le stazioni abbandonate e spesso vandalizzate, le gallerie semi crollate, mai neppure messe in sicurezza, denunciano degrado e deturpano paesaggi, altrimenti bellissimi. Giovanni Currado, astigiano, ingegnere, ci ha fatto una mostra itinerante ed ha elaborato un progetto di riqualificazione e riutilizzo di buona parte della rete di collegamenti anche nell’ottica di offrire servizi di metropolitana leggera ad alcuni centri più popolati. Lo consultano, lo chiamano ai tavoli in cui sindaci, enti interessati, Regione e ministero dei Trasporti ciclicamente discutono che fare; ma poi non approdano mai a nulla. Anzi, a uno degli ultimi appuntamenti, a Cocconato d’Asti, è finita che l’idea di una ciclabile sulla Asti-Chivasso al posto della ferrovia ha elettrizzato anche qualche sindaco, convinto che proprio le bici toglieranno dall’isolamento insopportabile le loro piccole comunità. Persino un’amministratrice attenta al territorio come Matilde Casa, sindaca capace di contrastare una pesante speculazione edilizia nel suo territorio alle porte di Torino, guadagnandosi apprezzamenti di coraggio e determinazione da tutta Italia, ha approvato: «Recuperiamo la tratta offrendo un servizio importante».

Pullman sulle strade, bici dove si snodavano le rotaie. Piero Canobbio, professore di liceo, ma appassionato e profondo studioso di treni, non ci sta e scrive sul blog dell’Unione per le Ferrovie del Piemonte: «Se non c’è la volontà politica, la fitta rete piemontese voluta da grandi statisti come Cavour e Giolitti per unire ogni zona della regione si ridurrà, nei casi migliori, ad uno spezzatino di segmenti di tratte che costringeranno il viaggiatore a continui cambi tra servizi a spola, con orari poco appetibili». Già, perché qui si sgretola un patrimonio immenso, voluto da Cavour. Per lui «lo sviluppo di un Paese si misura con l’efficienza delle sue Ferrovie; un Paese con la ferrovia inefficiente non è un Paese sviluppato».

Personalmente ci sono vissuto sui treni. “Figlio della luce” (mi chiamavano così per via di mio padre che lavorava all’Enel), ho seguito i miei in diversi trasferimenti e studiato spostandomi col treno, dalle superiori all’Università. Bra, in provincia di Cuneo, dove più ho abitato, non era ancora la città di Slow Food, ma Carlin Petrini già arringava con megafono e sciarpone rosso i ragazzi che dai paesi scendevano alla stazione per invogliarli a manifestare in corteo. Erano i primi anni ‘70. E, col treno, arrivavano anche tanti curiosi da Italia e mezza Europa per le prime iniziative che, con Cantare le uova, anticipavano le tendenze dello sviluppo enogastronomico italiano, del recupero degli antichi saperi, della cura del buono, giusto, pulito e solidale.

Non che il servizio ferroviario fosse sempre al top. In certi paesi verso le Langhe la stazione era scomoda, bisognava prendere la corriera per raggiungerla. E c’erano ancora le carrozze in legno, qualcuna anche con la scritta III Classe, molte finite blindate sui binari morti negli anni a venire perché imbottite di amianto. In direzione Torino poi, a Carmagnola, si sostava una ventina di minuti per consentire il cambio della motrice per passare da corrente alternata a corrente continua. Per la fortuna del bar, preso d’assalto d’estate e d’inverno. Armati di pazienza si viaggiava e si arrivava finalmente a destinazione. Lingotto, oggi importante e vera stazione, allora contava giusto un paio di binari, pure in pendenza, che a scenderci dal vagone era impresa rischiosa. E a Porta Nuova, non ancora ricca di vetrine e luci, anzi austera e un po’ cupa, ci si riuniva con i compagni che arrivavano da tutta la regione e dalla Val d’Aosta. Tutti collegati, tutti con gli orari alla mano, pronti ai cambi di binario, attenti alle partenze ritardate, alle cancellazioni dell’ultima ora.

Stressanti gli anni degli scioperi. Ma a tutti il treno dava un passaggio, apriva a un sogno, una visione di futuro, garantiva l’accesso a scuole, atenei, fabbriche, istituzioni, da qualunque parte di Paese si trovasse. Ci si saliva proprio tutti, magari un po’ accalcati, sudati o infreddoliti, operai e studenti, professori e politici, artigiani e trifolau, i raccoglitori di tartufi che, nelle loro mantelle nere, scendevano dall’albese con la cesta sotto braccio, spandendo odori non da tutti graditi, per andare a vendere i loro “tesori” nei più rinomati ristoranti di Torino. E io ci sono andato fino alla pensione in treno. Nel senso che l’ho frequentato sempre, perché sempre ho goduto di una stazione e di binari comodi da raggiungere sia da casa che dal luogo di lavoro. E adesso fatico a capire chi oggi gioisce per una linea ferrata che si perde in favore di una pur fantastica pista ciclabile.

“È venuta meno la domanda su certe linee e dunque è giocoforza …tagliare. Ma subentrerà un adeguato servizio bus”, è il refrain dell’amministratore pubblico di turno. Pullman che inquinano, intasano, non possono assicurare sempre il distanziamento. Saluzzo, intanto, col consiglio comunale unanime, ha scritto a tutte le autorità competenti: “Ridateci i treni” con l’elettrificazione delle tratte e la riapertura immediata dei collegamenti. La stessa Fiab, l’associazione delle due ruote, avverte che «la bicicletta non può sostituire il trasporto su rotaia, che deve rimanere un punto cardine nel quadro della mobilità sostenibile».

Le scelte radicali del Piemonte, insomma, avranno ricadute gravi sotto il profilo dell’inquinamento atmosferico e della sicurezza sulle strade. Ma s’allunga, di giorno in giorno, l’elenco dei Comuni sul piede di guerra: da Asti ad Alba, da Ceva a Ormea, è un coro di…”Fermatevi!”. Qualcuno ha preso carta e penna e informato le autorità competenti dell’Unesco: sappiano che, per la sostenibilità ambientale, la sostituzione o soppressione delle tratte è un passaggio in negativo. Ne traggano le conseguenze. Ci vuol poco, in fondo, a compiere l’irreparabile; una volta tolti rotaie, traversine e fili… addio ferrovia e storia del Paese.

A Nizza Monferrato, dove la pista ciclabile sulla traiettoria del treno ha pure trovato tanti entusiasti, s’è ricorsi ad un flash mob per richiamare l’attenzione: «Benvenuta la ciclabile, ma non sui binari utili per un buon servizio pubblico vantaggioso per i cittadini». Gabusi insiste, però. E non sarà facile fargli mutare idea: anche perché su un’altra tratta, la Asti-Chivasso, importante per come cambierà il sistema ferroviario piemontese, già si profila una soluzione che annulla il treno, ma salva le rotaie, sulle quali verrebbe sistemato un materiale adatto a fungere da… pista ciclabile. Senza scampo.

Va forte la visione di un Monferrato-Langhe-Roero attraversato da migliaia di cicloturusti che pedalano per colline e fondovalli, tra vigneti e distese di piante di nocciole, castelli, pievi, frutteti… Le terre che fino a cinquant’anni fa erano terre della “malora”, tanto era grama la vita contadina immortalata nelle pagine di Fenoglio, Pavese, Lajolo, hanno potuto contare su un treno che prima o poi avrebbe portato via chi voleva cercare una vita migliore lontano dal paese… Oggi che han prezzi inarrivabili gli ettari ricoperti di uve Barolo, Barbaresco, Arneis, Nebbiolo, forse il treno non fa più sognare orizzonti incantati e vite nuove. Si aspettano i turisti, scaricati dai pullman, la bici ad attenderli.

Ha fatto scuola la fortunata esperienza imperiese, dove da San Lorenzo al Mare puoi inforcare la due ruote, magari a pedalata assistita, e goderti lo spettacolare tracciato a bordo mare dove un tempo correva il treno, attraversando gallerie, sfidando gli spruzzi delle onde più rabbiose… Un successo straordinario, rimbalzato in mezza Europa. Ma lì è stata tutta un’altra storia: han spostato la ferrovia più all’interno per sicurezza e maggiore efficienza. Han fatto due operazioni, entrambe …sostenibili. ◆

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Beppe Rovera

Giornalista, è stato per 25 anni il curatore e conduttore della trasmissione di Raitre nazionale “Ambiente Italia”, oltre che redattore del Tg3 Piemonte. Ha iniziato la professione ad “Avvenire” nei primi anni ’70. Per 12 anni è stato redattore all’Ansa di Torino. Tra l’85 e il 1990 ha ricoperto anche la corrispondenza da Torino del “Corriere della Sera”. Ha pubblicato per Rai Eri “Ambiente Italia il Paese com’è” ripercorrendo le tappe del viaggio con le telecamere di Rai 3 tra le bellezze e le contraddizioni della penisola.