Biden l’impulsivo apparente e il “ritorno dell’America” sulla scena mondiale

Un mese fa Biden ha lasciato che la Cia pubblicasse un rapporto sulla responsabilità di bin Salman per la barbara uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi, ha cancellato le forniture di armamenti per la guerra dell’Arabia Saudita contro gli Houthi yemeniti, ha definito la Cina un “avversario strategico” e Vladimir Putin un “assassino”. Cosa dobbiamo pensare di un comportamento all’apparenza così poco diplomatico da parte di un uomo non prono agli scatti impulsivi del suo predecessore? Dopo Trump vuole confermare ai paesi alleati la determinazione degli Stati Uniti a difenderli da possibili attacchi futuri


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

¶¶¶ La Russia non se l’aspettava, e neppure la Cina, l’Arabia Saudita, l’Iran, Israele. Putin, Xi Jinping, Rohani, Mohammed bin Salman, Netanyahu avevano conosciuto Biden come un cauto diplomatico, l’inviato di Barack Obama nel mondo, capace di smussare con la sua amabilità e disponibilità al dialogo le differenze e esaltare i punti in comune. La nomina del suo ministro degli Esteri, Antony Blinken, un diplomatico di grande esperienza, andava nella stessa direzione. E invece fin dall’inizio del suo mandato il nuovo presidente ha cambiato, con una serie di dichiarazioni e di atti, la percezione del mondo nei suoi confronti, degli avversari come degli alleati.

Un mese fa Biden ha lasciato che la Cia pubblicasse un rapporto in cui a bin Salman personalmente viene attribuita la responsabilità della barbara uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi, e contemporaneamente l’amministrazione americana ha cancellato le forniture di armamenti ad alta tecnologia per la guerra dell’Arabia Saudita contro gli Houthi yemeniti. Fin da subito il neopresidente ha espresso la disponibilità degli Stati Uniti a rientrare nell’accordo sul nucleare iraniano, allo stesso tempo però dichiarando che le sanzioni imposte da Trump  non verranno abrogate fino a quando l’Iran non accetterà di discutere nuove e più stringenti condizioni. 

In un recente discorso al Dipartimento di Stato Biden, che pure in passato aveva detto di considerare Xi Jinping un suo “buon amico”, ha definito la Cina un “avversario strategico” (un passo appena dal dichiararla un nemico) con il quale il dialogo è aperto ma a condizione che cessi la repressione ad Hong Kong, il genocidio degli Uiguri, l’espansionismo nel Mar cinese meridionale, i furti di tecnologia e i dazi nei confronti dei prodotti americani (tacendo sul fatto che i primi ad elevare dazi nei confronti della Cina erano stati gli Stati Uniti). Nei confronti di Israele, che si appresta nei prossimi giorni ad andare per la quarta volta in due anni alle urne, il silenzio è assordante: nessuna dichiarazione di simpatia, nessuna vicinanza, in netto contrasto con la calorosa amicizia professata da Trump verso Netanyahu e viceversa. 

Infine, due giorni fa, in un’intervista televisiva Biden ha definito Vladimir Putin un “assassino” considerandolo direttamente responsabile per l’uccisione, o la tentata uccisione, di giornalisti e esponenti politici a lui avversi. Un bel cambiamento rispetto ai primi anni 2010, quando Biden si era fatto interprete del “reset” (la ripartenza) nei confronti della Russia voluto da Obama per migliorare i rapporti tra i due paesi! (Certo molta acqua è passata da allora sotto i ponti: le interferenze nelle elezioni americane, l’hackeraggio sistematico, l’avventura militare in Crimea e in Ucraina…)

Cosa dobbiamo pensare di un comportamento all’apparenza così poco diplomatico da parte di un uomo certo non prono agli scatti impulsivi tipici del suo predecessore? È questo il “ritorno dell’America” sulla scena mondiale annunciato nel suo discorso di insediamento? Una politica estera che riecheggia i toni della guerra fredda? Non proprio, almeno se cerchiamo di capire le ragioni profonde delle mosse di politica estera del neopresidente. Il problema principale della nuova amministrazione è recuperare la credibilità degli Stati Uniti sulla scena mondiale, una credibilità scialacquata dai comportamenti incoerenti e irresponsabili della precedente, che in determinati momenti possono essere piaciuti ad alcuni avversari, ma che hanno soprattutto preoccupato gli alleati.

In molte cancellerie europee e asiatiche negli anni della presidenza Trump ci si è interrogati sull’affidabilità degli Stati Uniti, cioè la credibilità a mantenere fede alle promesse di assistenza consacrate nei trattati di alleanza. Il corteggiamento, fino al ridicolo, di Trump nei confronti del leader nordcoreano Kim Jong-un ha seriamente preoccupato la Corea del Sud e il Giappone che si sono visti scoperti di fronte all’eventualità di un attacco nucleare o anche solo convenzionale, da parte della Corea del Nord.

Altrettanto preoccupata era (ed è) la Germania, e con essa i paesi ex-satelliti dell’Unione sovietica, per le continue sprezzanti critiche di Trump nei confronti della Nato e per l’annunciato ritiro di 20.000 soldati dalle basi tedesche. L’annessione della Crimea, la destabilizzazione dell’Ucraina, le operazioni militari al confine con i paesi baltici, hanno fatto sentire l’Europa più sola e meno difesa di fronte a una possibile aggressione russa. (Solo una possibilità, ma nei rapporti tra stati ciò che è possibile può diventare pericolosamente probabile.) Una percezione acuita dagli ambigui rapporti personali tra Trump e Putin che hanno fatto sospettare l’esistenza di inconfessabili motivi di ricatto.

Nei confronti della Cina e dell’Iran la politica estera conflittuale di Trump piaceva agli avversari storici di quei due paesi: Taiwan e Israele. C’era per questo il timore che la nuova amministrazione l’avrebbe cambiata mettendo a repentaglio la sicurezza, in Asia, di Taiwan, della Corea del Sud e dello stesso Giappone, e, in Medio Oriente, di Israele e dei paesi sunniti storici avversari dell’Iran shiita.

Sono questi i motivi per cui Biden ha deciso che il primo e più importante compito della sua politica estera era di rassicurare gli alleati che “l’America è tornata”, è di nuovo sulla scena mondiale, al loro fianco. Le sue poco diplomatiche dichiarazioni vanno in questa direzione: confermare ai paesi alleati e amici la determinazione degli Stati Uniti a difenderli da possibili futuri attacchi, da qualunque parte provengano. Quanto agli avversari, ci sarà tempo per ricucire con loro. A chi paventa il ritorno di un clima di aspra conflittualità, possiamo ricordare che fu proprio Ronald Reagan, il più tenace avversario dell’Unione sovietica e dei regimi comunisti, ad avviare quaranta anni fa il dialogo con Gorbaciov che portò alla fine della guerra fredda. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Stefano Rizzo

Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)