Aristofilide, wanax di Taranto o primo cittadino ante litteram?

«Appoggiato ad una colonna del tempio neoclassico decaprostilo all’ingresso della Columbia University di New York, aspetto l’inclito professor Morton Smith a qualche metro di distanza dalle braccia spalancate della scultura bronzea di Cibele, l’Alma Mater greca della Sapienza». D’incanto Central Park e il Metropolitan Square Garden lasciano il posto ai pini lussureggianti che ombreggiano la Stoa e il teatro di Philopappo ad Atene. E il nostro “alato” cronista è davanti al Padre stesso della Storia, Erodoto in persona, che lo apostrofa: «come fai a non conoscere nulla del re Aristofilide…»


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato in Magna Grecia / 

La statua di Taras (Museo di Berlino), fondatore spirituale dell’antica Taranto

«WHERE ARE YOU FROM». Da dove vieni? Sarà stato per le mie fattezze tipicamente mediterranee, ma il prof. Morton Smith si rivolgeva proprio a me, che, pure, tra le decine di studenti che assistevano alla sua lezione di storia antica, era l’unico non iscritto al suo corso, richiamato nella sua aula dalla curiosità di conoscere di persona lo scopritore della “Lettera del Mar di Saba”, attribuita a Clemente Alessandrino e conosciuta anche come il “Vangelo segreto di Marco”. «From Taranto, professor», aggiungendo subito dopo, per correttezza, che ero un semplice “fellow”, un borsista di un’altra Facoltà della Columbia University di New York, ma che avevo già assistito ad un’altra sua magistrale lezione sull’arte e sulla letteratura nella Grecia antica e in Magna Grecia. «Wait for me (aspettami), perché ho qualcosa da chiederti». Qualcosa da chiedere a me? 

Così, esco dall’aula e aspetto l’inclito professore, appoggiato ad una colonna del tempio neoclassico decaprostilo che costituisce l’ingresso dello strafamoso College newyorkese (vi ha studiato, insieme ad una ventina di premi Nobel, anche l’ex Presidente Barak Obama), a qualche metro di distanza dalle braccia spalancate della scultura bronzea di Cibele, l’Alma Mater greca della Sapienza. Il professore non si fa attendere a lungo e fra la curiosità degli studenti che sostano e sciamano sulla scalinata antistante la Columbia, mi prende sottobraccio e ci incamminiamo lungo la Broadway Avenue, fino ad una panchina ombreggiata dello sconfinato Central Park. «Prima di chiederti qualcosa della tua città − mi dice, in perfetto italiano − aspettiamo un mio collega». 

La mia curiosità diventa frenesia, tanto che non riesco proprio a stare seduto. Finché, proveniente da Times Square a Down Manhattan, si dirige verso la nostra panchina un gentleman dall’aria dinoccolata e dall’aspetto indubitabilmente professorale. Mi pare di conoscerlo. Ma non azzardo verbo, nel timore di sbagliare. Fino a quando egli non ci raggiunge e, dopo aver stretto la mano al Prof. Smith, mi chiede, quasi che i due si fossero parlati al telefono, di raccontargli qualcosa dell’antico re di Taranto. «Phalantos, Taras, Archita?», sono i nomi che mi vengono subito in mente. Anche se mi balena, malandrino, il sospetto che possa riferirsi a qualche nostro (di Taranto) sindaco recente e meno recente, dalle caratteristiche, per così dire, dispotiche e prevaricatrici. 

Intanto, per prendere tempo, chiedo al nuovo venuto se egli sia proprio quello storico antico, quel professor Arther Ferrill che ha scritto saggi e libri straordinari sull’antica Grecia, sulla Magna Grecia e su Roma, fra cui quello mirabile sulle “Aspirazioni ellenistiche di Caligola”. Liquidandomi, con un cenno del capo, che è proprio lui, mi chiede ancora una volta notizie di un re di Taranto, vissuto nel primo quarto del sesto secolo avanti Cristo. Un personaggio mitico? Chiedo con un filo di voce, suscitando la reazione dei due professoroni, che mi fanno subito notare l’inappropriatezza dell’aggettivo “mitico”. «Il termine italiano mito, proprio come il francese mithe, l’inglese myth o il mythos dei tedeschi, pur derivando dal greco mythos, non ne ha conservato l’esatto significato». E i due cattedratici continuano spiegandomi che gli antichi Argivi con mythos solevano indicare non già qualcosa di soprannaturale o legato ad eventi prodigiosi, ma soltanto la parola, il discorso o il racconto. 

Erodoto di Alicarnasso, primo cronista e Padre della Storia

E, per meglio farmi comprendere la portata di questa loro asserzione, non esitano a scomodare Omero ed Esiodo, i quali, con questo termine, nella lingua dell’epica arcaica, indicavano solo i racconti e i discorsi di carattere indiscutibilmente autorevole. «In Omero, per esempio − spiega Arther Ferrill − mytos è il discorso pronunziato dai guerrieri achei sul campo di battaglia, o come quando Poseidon respinge l’ordine di Zeus di abbandonare la pugna davanti alle porte Scee». E, fin qui ci arrivo, visto che quelle erano le porte dell’antica Troia, anche se Poseidon era pur sempre una divinità. «Tuttavia − continua Morton Smith − sempre Omero definisce mytoi le orazioni pronunciate dagli eroi in assemblea. Da eroi, però, che posseggano il prestigio necessario, come, per esempio, Agamennone, quando caccia via dal campo acheo il sacerdote Crise, o quando Achille respinge gli ambasciatori di Agamennone». 

Quindi non un re mitico, ed allora? «Hai letto Erodoto, o Antioco di Siracusa o lo Pseudo Scimno?», è l’altra domanda imbarazzante. Il primo sicuramente, gli altri due molto meno. «E allora vieni con noi», è l’invito dei due professori. D’incanto, ma voi non dovreste meravigliarvi più di tanto di questi voli transoceanici del vostro “alato” cronista, Central Park e il Metropolitan Square Garden lasciano il posto ai pini lussureggianti che ombreggiano la Stoa e il teatro di Philopappo ad Atene, mentre un magnifico vegliardo, carico di anni e di sapienza, mi apostrofa a sua volta di ignoranza, per non conoscere nulla del re di Taranto, Aristofilide. In realtà, mi pare che qualcosa lo avessi letto nelle sue Storie. Del Padre stesso della Storia, cioè, di Erodoto in persona. 

Ma perché, visto che tutti, anche Ferrill e Smith, sembrano conoscere bene questo presunto re di Taranto, non lo fanno incontrare anche a me? Abracadabra, ed eccolo qui, Aristofilide. «Intanto devi sapere − esordisce − che non ero un monarca e neanche uno stratega massimo come il più illustre dei miei successori, il pitagorico Archita, ma una sorta di wanax». Un Primo Cittadino, ante litteram, diremmo noi. «Dopo la severa lezione sul mytos, che ti hanno inferto i miei due storici − gira il coltello nella piaga, il wanax − puoi credere o non credere della mia amicizia con il medico crotoniate Democede, rifugiatosi a Taranto dopo essere fuggito dalla corte persiana di Ciro II, malgrado avesse curato e salvato la moglie del re, Atossa, e da me protetto anche a costo di inimicarmi il Gran Re, e fino a quando egli, Democede, non fece ritorno illeso nella sua Crotone. Credi però, a questa mia descrizione sulla Taranto a poco più di un secolo dalla sua fondazione». 

E racconta, Aristofilide, che ogni nuova colonia, in Italia e in Sicilia, veniva chiamata dai Greci della madrepatria “Apoikia”. Il termine, nei fatti, significava che il nuovo insediamento abitativo (oikia) era del tutto staccato (apò) dalle leggi e dalle consuetudini della polis di provenienza dei coloni. Ed ecco spiegato perché a Taranto, a differenza che a Sparta, non c’è mai stato un regime monarchico, ma una sorta di governo aristocratico elettivo. Sia pure con le cariche pubbliche riservate ai “migliori. «La storia greca − concludono ad una voce, Smith, Ferrill, ma anche gli stessi Erodoto e Aristofilide − è un vorticoso susseguirsi di colonizzazioni e decolonizzazioni, di spostamenti, di contatti e commistioni con le genti panelleniche. Ma è stato grazie a tutto questo, se essa sia diventata la storia di una civiltà e non già di un limitato, per quanto vasto, territorio geografico». «Efkaristò e tank you». Grazie tante, a questi miei e nostri straordinari compagni di viaggio. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.