Ambientalismo e politica. «E se guardassimo in avanti, ai prossimi dieci anni?»

Le lotte per l’ambiente sono sempre state soprattutto sintomo e denuncia dello sfruttamento dell’ecosistema. Oggi possono essere la cura, una guida per la riparazione dei danni ricercando nuovi equilibri sociali. Non basta più essere il sindacato della natura e degli equilibri ecologici, non si può difendere la propria area tematica, né limitarsi a un ruolo tecnico per trovare le migliori soluzioni oggi possibili nella riduzione dei danni. Per “un futuro più giusto di prima”, va intrecciata giustizia sociale e giustizia ambientale, affrontando la crisi climatica dal punto di vista delle persone più colpite


L’intervento di VITTORIO COGLIATI DEZZA

¶¶¶ Ho seguito con attenzione gli interventi sull’ambientalismo pubblicati in questi giorni sulle pagine di Italia Libera, avviati da una riflessione di Fabio Balocco, ex attivista di Pro Natura. E penso sia necessario mettere in campo un’altra prospettiva. Non so se l’ambientalismo sia in crisi o meno. Quello di cui sono certo è che stiamo vivendo un profondo cambiamento che interroga anche l’ambientalismo, in tutte le sue versioni. 

L’ambientalismo, come tutte le grandi culture politiche, vive nella storia, e la storia non procede mai in modo lineare e progressivo, ma procede per salti, con accelerazioni e svolte improvvise. Ed oggi siamo ad un vero e proprio gomito della storia, che può dar luogo – come ci ricorda il Forum Disuguaglianze e Diversità – a tre scenari possibili: a) “normalità e progresso”, ovvero il ritorno alla normalità, migliorando qualche imperfezione, perché non c’è alternativa; b) “sicurezza e identità”, ovvero l’accelerazione autoritaria e populista, fatta di muri, autoritarismo e esautoramento della democrazia; c) “un futuro più giusto di prima”, fondato sull’intreccio virtuoso tra giustizia sociale e giustizia ambientale.  

L’ambientalismo è chiamato in causa, in ognuno di questi scenari; deve decidere da che parte stare, quali processi sollecitare e sostenere, ma deve saper giocare la partita. “Nulla sarà come prima”, lo slogan che ha riempito i balconi del primo lockdown, è ancora più vero per l’ambientalismo, e testimonia la sua vitalità, se saprà rinnovarsi sul piano sociale e politico.

Provo a spiegarmi. La pandemia ci ha scaraventato nel mezzo di una crisi radicale, prevedibile ma non prevista. Non mi dilungo e segnalo, al riguardo, il volume «Solo per il martello tutti i problemi sono chiodi», a cura di C. Paravati, Covid-19: costruire il futuro, Firenze, edizioni Com nuovi tempi, pp. 95-114. Riprendiamo ora il filo del discorso. L’insorgenza della pandemia va ricercata nella crisi ecologica, che ha investito il pianeta, mentre la sua rapida diffusione è dipesa da un modello di globalizzazione che, legittimando il perseguimento del massimo profitto nel più breve tempo possibile ovunque sia possibile, ha smantellato il welfare ed i  sistemi sanitari. Ciò che ha provocato la più grave crescita delle disuguaglianze dal dopoguerra ad oggi. 

Il risultato è che il mondo contemporaneo è attanagliato da tre grandi crisi, tra loro sinergiche ed intrecciate, come ha sottolineato Mariana Mazzucato: «Una crisi sanitaria indotta da una pandemia ha rapidamente innescato una crisi economica con conseguenze ancora sconosciute per la stabilità finanziaria, e tutto questo si gioca sullo sfondo di una crisi climatica che non può essere affrontata con il business as usual.  […] Questa triplice crisi ha rivelato diversi problemi di come facciamo il capitalismo, che devono essere tutti risolti nello stesso momento in cui affrontiamo l’emergenza sanitaria immediata. Altrimenti, risolveremo semplicemente i problemi in un posto e ne creeremo di nuovi altrove». 

Se si accetta che questo è lo scenario con cui dobbiamo confrontarci, occorre trarne qualche conclusione. L’ambientalismo, che è sempre stato soprattutto sintomo e denuncia dello sfruttamento dell’ecosistema, oggi può essere la cura, una guida per la riparazione di quei danni e per la costruzione di un nuovo equilibrio. A condizione che sappia interpretare il suo ruolo nella definizione di quel nuovo equilibrio.

È per me evidente che, se il campo storico della sfida è l’intreccio tra le tre crisi sopra indicate, l’ambientalismo non può limitarsi a fare il sindacato della natura e degli equilibri ecologici, non può limitarsi a difendere la propria area tematica, né può limitarsi ad un ruolo tecnico per trovare le migliori soluzioni oggi possibili per ridurre i danni. Deve prendere il toro per le corna ed essere a pieno titolo pars costruens del terzo scenario disegnato dal Forum. E lo può fare solo se fa una scelta di campo: dare priorità alla lotta alla crisi climatica, scegliendo di affrontarla dal punto di vista delle persone più colpite. Perché oggi, proprio per realizzare la missione universalistica dell’ambientalismo, occorre operare una discriminazione positiva, ovvero mettere i piedi nel piatto delle disuguaglianze e prendere misure che vanno soprattutto incontro ai bisogni degli ultimi e dei vulnerabili. Senza questa scelta di campo quella “desiderabilità” delle soluzioni ambientaliste, auspicata da Alex Langer, rimarrà una chimera.

Su questo ci sono, e ci saranno, valutazioni diverse tra le varie culture che popolano la galassia ambientalista. Ma io penso che ogni discussione sullo stato di salute dell’ambientalismo e sulle sue potenzialità politiche non possa prescindere da questa sfida: l’intreccio tra giustizia ambientale e giustizia sociale. Il nodo è se, nel breve e nel medio periodo, l’ambientalismo sarà capace di competere con le altre culture politiche per rispondere ai bisogni della gente, con lungimiranza. Se sarà in grado di rappresentare quel valore aggiunto per il cambiamento desiderabile, che sa muoversi nella società come nella politica.

In questo spazio, sociale e politico, un ruolo inequivocabile sta giocando il movimento dei Fridays For Future, mentre il panorama associativo si arricchisce di nuove aggregazioni come “Green Italia”, su questo fronte impegnata. Mentre, a livello politico, si è attivata l’azione di “Facciamo Eco”, la componente verde del Gruppo Misto della Camera, promossa dai deputati Muroni, Fioramonti, Fusacchia, in accordo con i Verdi europei e italiani. Non sottovalutiamo le forze che si stanno mettendo in movimento. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, il mondo al bivio della crisi climatica; in alto, emissioni inquinanti nel ciclo del carbonio; al centro, alluvione fra i grattacieli a Jakarta in Indonesia; in basso, il deserto avanza nel Sahel

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Vittorio Cogliati Dezza

Già presidente nazionale di Legambiente dal 2007 al 2015, è oggi membro del Coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità e della Segreteria nazionale di Legambiente. È esperto di educazione, di processi formativi e di sostenibilità ambientale e sociale. Dal 2016 si occupa anche delle trasformazioni sociali e culturali connesse con il fenomeno delle migrazioni. Nel 2017 ha pubblicato “Alla scoperta della green society” (ed. Ambiente): un’inchiesta sui processi di innovazione sociale in Italia. Nel 2020 ha pubblicato alcuni interventi su La Stampa – Tutto Green, su Huffington Post, su La Nuova Ecologia e su Confronti. Recentemente ha pubblicato un contributo nel volume collettivo "Covid 19: costruire il futuro" (ed. Com Tempi Nuovi).