Agguato omicida in Congo. E se Attanasio e Iacovacci fossero stati uccisi dal “fuoco amico”?

Il commando che ha rapito i due italiani non avrebbe avuto alcuna ragione di ammazzare gli ostaggi. Nell’area del Kivu operano 122 gruppi armati. Alcuni legati a organizzazioni integraliste islamiche, altri caratterizzati dall’etnia di appartenenza. Fra i più pericolosi gli elementi dell’esercito ruandese, con incursioni e scorrerie in territorio congolese. L’ipotesi che avanza è che le vittime siano state uccise dal fuoco incrociato di ranger e ribelli, o addirittura dal solo “fuoco amico” del governo di Kinshasa


L’analisi di CARLO GIACOBBE

¶¶¶ Completati gli esami autoptici e celebrati a Roma i solenni funerali di Stato, l’ambasciatore Luca Attanasio, 43 anni, e il carabiniere Vittorio Iacovacci, 30, potranno riposare in pace ciascuno nella sua città, rispettivamente Limbiate, presso Monza, e Sonnino, vicino a Latina. La terza vittima, il loro autista Mustapha Milambo, è stato sepolto a Goma, nella Repubblica Democratica del Congo, dove viveva con la famiglia. Non lontano, al confine orientale del grande paese africano, comincia la provincia di Kivu Nord, dove è avvenuto il sanguinoso agguato. Il terzo italiano coinvolto nell’azione, Rocco Leone, vicedirettore in Congo del Programma alimentare mondiale, l’agenzia delle Nazioni Unite per conto della quale Attanasio e il carabiniere che lo scortava erano in missione, è stato condotto in stato di shock all’ospedale di Goma, lo stesso dove è morto il diplomatico lombardo, ma non risulta che abbia riportato ferite. 

Esperti, giunti nel paese africano con l’aereo che ha riportato in patria le salme dei due italiani, sono rimasti in Congo per cercare di determinare le responsabilità di questa strage, e altri ancora forse vi saranno inviati dall’Italia. Non è difficile, tuttavia, immaginare che le indagini non approderanno a nulla di conclusivo. Proviamo a capire il perché. Prendendo per buona la ricostruzione fatta subito dopo da fonti della presidenza congolese, l’agguato sarebbe avvenuto per rapire il diplomatico e poi chiedere un riscatto, nelle migliori tradizioni dei gruppi di guerriglia che, in tal modo, si autofinanziano. Senonché è intervenuta una pattuglia di ranger, presenti proprio in quella zona per difendere dai predatori e dai cacciatori di frodo una colonia di gorilla di montagna. Nel Congo e nei paesi limitrofi, soprattutto il Ruanda, vive la maggior parte di questi primati in costante pericolo di estinzione. Nella sparatoria che è seguita, i ribelli, prima di dileguarsi, dopo aver assassinato Milambo avrebbero ucciso anche Iacovacci e ferito a morte il diplomatico. 

Questa versione, tuttavia, non sembra plausibile. Primo perché il commando non avrebbe avuto alcuna ragione di ammazzare l’ostaggio, anzi gli ostaggi, visto che anche il carabiniere, privato delle armi, sarebbe diventato tale. In secondo luogo, contrariamente a quanto affermato nel primo resoconto, l’autopsia, eseguita in Italia, ha chiarito che sia Attanasio sia Iacovacci sono stati raggiunti ciascuno da due colpi di Ak-47, il Kalashnikov, e che nessuno dei proiettili è stato esploso a bruciapelo. Peraltro, sia il commando ribelle, sia i militari – che per quanto fulminei nella loro reazione non avrebbero mai potuto raggiungere su chiamata e “in tempo reale” il luogo dell’azione – usano lo stesso fucile d’assalto Ak-47. 

È vero che ogni arma da fuoco lascia la sua “firma” sulle munizioni con cui è stata caricata: un segno distintivo è l’ammaccatura che il percussore, quando il grilletto fa partire il colpo o i colpi, produce sui bossoli espulsi e ormai vuoti; l’altro segno, invece, sono le impronte che la rigatura interna della canna lascia su ogni ogiva che esce, ossia sul proiettile vero e proprio indirizzato verso il bersaglio. Tre dei quattro proiettili che hanno colpito i due italiani – hanno spiegato i periti – hanno attraversato i loro corpi e si sono perduti da qualche parte, forse anche all’interno del mezzo a bordo del quale erano le vittime, che però non è stato messo a disposizione, o almeno non ancora, dei nostri esperti balistici. 

Resterebbe una sola ogiva, recuperata dal cadavere del povero carabiniere. Oltre a essere in condizioni presumibilmente pessime e forse addirittura frammentata per la resistenza opposta dai tessuti e soprattutto dalle ossa della vittima, cosa che forse non permette di vedere con chiarezza i segni delle rigature, le “firme” su bossoli e ogive recuperati sono “leggibili” e utili solo per la eventuale comprovazione dell’arma che ha sparato. Mancando quella è come avere sul luogo di un delitto le impronte digitali di uno sconosciuto. A questo si deve aggiungere che gli attaccanti avrebbero agito indossando le uniformi dei ranger, cosa che rende le cose ancora più confuse. 

Secondo gli Investigatori per la Sicurezza del Kivu (Kst), un istituto indipendente legato alla New York University e alla ong Human Rights Watch, meno di un anno fa sono stati censiti 122 distinti gruppi armati che nella sola area del Kivu, dove sono morti i due italiani, si confrontano, interagiscono, fanno e disfano alleanze di comodo. Alcuni sono legati a organizzazioni integraliste islamiche, altri sono caratterizzati non da etichette “religiose” ma dall’etnia di appartenenza. Una delle presenze più pericolose è costituita da elementi dell’esercito ruandese, che compiono spesso incursioni e scorrerie in territorio congolese, soprattutto nelle limitrofe regioni del Kivu del nord e del sud. 

L’ipotesi che tuttavia si fa strada tra gli investigatori è che l’ambasciatore e il carabiniere che lo accompagnava (credo sia più rispondente parlare di “accompagnatore”, piuttosto che di una “scorta” formata da un unico elemento) siano stati uccisi dal fuoco incrociato di ranger e ribelli, o addirittura dal solo “fuoco amico”; come successe con l’agente segreto italiano Nicola Calipari, ucciso per errore da militari statunitensi nel 2005, mentre si recava all’aeroporto di Baghdad dopo la liberazione della giornalista del “manifesto” Giuliana Sgrena. Un’ipotesi, quella del fuoco “amico”, che il governo di Kinshasa ben difficilmente potrà ammettere. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Carlo Giacobbe

Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio