“Addio alla scuola”: gli abbandoni aumentano col Covid. Vale ancora l’art. 3 della Costituzione?

Le cifre dei “dispersi” raddoppiano nelle regioni più povere: dalla media nazionale del 14,5% si passa al 31,9% in Campania, 33,1% in Calabria, 37% in Sicilia fino a toccare il record in Sardegna del 37,4%. Dal 1995 ad oggi, hanno lasciato precocemente la scuola più di 3 milioni e mezzo di studenti. E dei 600 mila ragazzi che in media si iscrivono al primo anno delle superiori più di 130 mila non arrivano al diploma. La metà degli italiani ha soltanto la terza media!


L’approfondimento di ANNA MARIA SERSALE

«La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde». Così scrivevano gli studenti della scuola di Barbiana in Lettera a una Professoressa. Sono passati cinquant’anni dal libro di Don Milani e le cifre del fallimento educativo restano allarmanti: un ragazzo su quattro abbandona precocemente le aule scolastiche. E ora, per la crisi provocata dal Covid, si prevede un picco. In Italia migliaia di giovani dicono addio alla scuola ma non hanno le competenze di base per affrontare il lavoro, la vita civile, la società. Rischiano di finire ai margini, senza poter essere compiutamente cittadini, consapevoli dei diritti/doveri in un Paese democratico. 

L’ultimo report del ministero dell’Istruzione presentato a luglio 2019 sull’evasione dell’obbligo scolastico rivela che in un solo anno ben 131 mila studenti hanno abbandonato nel corso del 2016/17 e nel passaggio al 2017/18. Ma dietro ai banchi vuoti ci sono storie dolorose, di ragazzi che hanno un retroterra di povertà e disagi. Non a caso le cifre dei “dispersi” raddoppiano nelle regioni più povere: dalla media nazionale del 14,5% si passa al 31,9% in Campania, 33,1% in Calabria, 37% in Sicilia fino a toccare il record in Sardegna del 37,4%. Le statistiche dicono che nel Centro-Nord uno studente su quattro non ce la fa e lascia, al Sud la percentuale scende a uno su tre.

Un’emorragia, quella dell’abbandono, che non si è mai fermata. Un disastro educativo ed economico. Dei ragazzi in fuga meno di uno su tre troverà lavoro. In 25 anni, dal 1995 ad oggi, hanno lasciato precocemente la scuola più di 3 milioni e mezzo di studenti. E dei 600 mila ragazzi che in media si iscrivono al primo anno delle superiori più di 130 mila non arrivano al diploma. Sono cifre da shock, mentre nella maggior parte dei Paesi europei le percentuali di dispersione sono scese al di sotto del 10%, come previsto dagli obiettivi 2020. 

E ora con la pandemia ci sono segnali di peggioramento. L’Associazione nazionale presidi ha già lanciato un grido di allarme: «Aumenta il rischio di abbandono; il lockdown, la didattica a distanza e le difficoltà di collegamento internet rendono la situazione più critica». Le conseguenze di tutto ciò sono enormi sul piano economico e sociale, con il rischio di indebolire la ripresa economica nel dopo pandemia. Anche la Commissione cultura dell’Ue ci bacchetta: «L’abbandono scolastico è un ostacolo per la crescita economica di un Paese».

Le radici del fenomeno si trovano nel binomio «esclusione sociale-dispersione scolastica» e per gli adolescenti possono entrare in gioco anche una serie di disvalori: da quelli legati al mito del consumismo, all’idea che la scuola sia inutile, alla dipendenza da internet e dai videogiochi. E nelle aree più a rischio si aggiungono la circolazione di sostanze e la presenza della criminalità, che recluta giovani privi di riferimenti familiari e sociali, anche per la mancanza di presìdi territoriali in grado di dare risposte per il loro futuro. Per contrastare tutto questo sono necessarie strategie fortemente inclusive, risorse, investimenti consistenti e occorre ripensare la didattica ampliando il tempo-scuola. 

I sindacati si sono sempre battuti, denunciando questa «emergenza nazionale» gravissima. Anche molti intellettuali sono scesi in campo, accusando la politica, che non ha saputo combattere le diseguaglianze sociali, lasciando una ferita aperta nel cuore del Paese. Paghiamo una politica ventennale di tagli pesanti, che ha portato alla soppressione di centinaia di istituti e accorpamento di sedi, all’aumento del numero degli alunni per classe, alla riduzione del tempo pieno e del numero degli insegnanti, indebolendo il sostegno, facendo lievitare il precariato, applicando la logica folle dell’abbattimento della spesa in una visione miope dell’oggi, provocando conseguenze gravissime, invece di investire nella scuola, settore quanto mai strategico soprattutto ora che vorremmo puntare all’innovazione. 

Un grande pedagogista, Aldo Visalberghi, già negli Anni Settanta aveva posto all’attenzione di tutti il problema della diseguaglianza, dimostrando che vi erano strette correlazioni tra i rendimenti scolastici e il condizionamento sociale. Diceva che alla povertà dei mezzi si accompagna la povertà educativa. Analogo il pensiero di Tullio De Mauro, illustre linguista, ministro della Pubblica istruzione con il governo Amato, tra il 2000 e il 2001. De Mauro ha sempre difeso la scuola, che, nonostante le risorse carenti, ha funzionato riuscendo perfino ad avere aree di eccellenza, senza però poter garantire ai più fragili pari opportunità.  

Ma quanto dura l’obbligo scolastico? Dopo la riforma Berlinguer almeno 10 anni, nella fascia di età compresa tra i 6 e i 16 anni, cui dovrebbe seguire un biennio di obbligo formativo fino ai 18 anni. Da ministro della Pubblica istruzione Berlinguer si era battuto per l’estensione, anche perché l’Italia era (ed è ancora oggi) il fanalino di coda nelle graduatorie internazionali. È di pochi giorni fa un altro dato che rivela la nostra debolezza; l’Istat ha diffuso le cifre del censimento: ebbene, risulta che la metà degli italiani ha soltanto la terza media! 

Possiamo così concludere che la povertà economica genera insuccesso scolastico e povertà culturale. L’Italia è ancora molto indietro, nonostante gli sforzi fatti dal ministero dell’Istruzione che nel 2017 ha varato un piano per combattere la dispersione, istituendo per la prima volta una cabina di regia e coinvolgendo i diversi ministeri interessati al problema giovani: Economia, Lavoro, Interno, Welfare. Erano partiti progetti importanti, ma il lavoro da fare è enorme. «Quasi un quarto dei quindicenni italiani non raggiunge i livelli minimi di competenze matematiche e di comprensione di un testo», afferma l’Ocse in una recente indagine. Considerato che da noi la disoccupazione giovanile è tra le più alte d’Europa il dato lascia sgomenti. 

E se da noi, più che in qualsiasi altra nazione europea, i rendimenti scolastici dipendono dalle condizioni socio-economiche delle famiglie, occorre che lo Stato metta la scuola in condizione di garantire pari opportunità, attuando pienamente l’articolo 3 della Costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Anna Maria Sersale

Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.