Addio a Franco Battiato, artista totale e spirito eletto, poeta e genio della musica italiana

In 50 anni di carriera artistica a tutto campo, lo scarso successo come canzonettista gli è valso a servirsi dei più diversi mezzi musicali, meta-musicali e anche extra-musicali. Che gli hanno portato un grande successo lungo strade misteriose e insondabili. Si è votato a una spiritualità che in un artista, se c’è, scaturisce quasi da sola. Tra i giganti della canzone d’autore, almeno altri due nomi vanno ricordati nella biografia artistica di Battiato: Fabrizio De André, il Faber che lui adorava senza mezzi termini, e Lucio Dalla, un altro grandissimo che per molti anni era stato anche un suo vicino di casa, all’ombra imponente e sacra del Mongibello. Fra tutte le sue canzoni una si stacca sulle altre: “Povera patria”. Qui il cantante non interessa più, conta l’artista polidirezionale e, soprattutto, il poeta (purtroppo) visionario


 Il ricordo di CARLO GIACOBBE

ERA PASSATO DALLA SALOPETTE portata a pelle, al principio degli anni ’70, ai vestiti di sartoria con gilet e camicia candida, il collo abbottonato e quasi mai guarnito dall’aborrita, pletorica cravatta. Fosse vissuto nel Medioevo, età che forse gli si confaceva più di altre, avrebbe brillato nelle arti del Trivio e del Quadrivio. Non era politicizzato, ma nell’anima aveva la politica in senso nobile, che forse gli veniva dalla natia Magna Grecia, e senza le sciocche ironie di un magnate fatto passare per un grande intellettuale, oltre che per il vero padrone d’Italia. Come per tutte le persone che, pur in tante possibili declinazioni, ci sono care, sono contento che Franco Battiato sia tornato nel Cosmo. Sono contento perché ormai da mesi non era più lui e sono contento perché pur nella riservatezza richiesta da familiari e intimi amici, il fratello ha fatto sapere ai tanti che lo hanno amato che il passaggio è avvenuto dolcemente, così come lui aveva vissuto per 76 anni.

Battiato era tipico, quasi apodittico, nella sua siciliana prosapia. E come avviene nella commistione dei sangui, tanto patrimonio genetico aveva fruttificato nel suo spirito. I suoi gusti, il suo stile, le sue inclusive passioni recavano una traccia evidente delle origini e di tanti passaggi fisici, geografici e spirituali nei secoli. Alto, magro, mai impettito ma neppure dinoccolato, saraceno il naso, spropositato sul suo scarno viso giovanile e un filo più discreto nella maturità. Placido, lo sguardo, l’aveva sempre avuto. Anche negli “anni sciocchi” delle canzonette, in una lunga quanto infruttuosa (ma non inutile) trasferta milanese in cui aveva tentato la strada della musica commerciale e i critici gli avevano preconizzato il fiasco. Francesco, per tutti Franco, non se n’era adontato, non aveva giurato vendette e il suo occhio era rimasto sereno, come quello dell’indimenticabile bove carducciano. Può sembrare una frase infelice, anche ridicola, uscita per una “gaffe involontaria” (e quando mai le gaffe sono fatte di proposito!): paragonare un artista, un uomo e per di più un uomo siculo all’animale cornuto per antonomasia… Ma io sono certo che Battiato avrebbe capito e forse anche apprezzato. Perché la mitezza era per lui una qualifica esistenziale, ben preminente, negli umani come nei bovidi, rispetto a quel trito luogo comune. 

Ma essere stato un uomo mansueto non significa che Battiato fosse privo di orgoglio e di amor proprio. In 50 anni di carriera artistica a tutto campo, lo scarso successo come canzonettista gli è valso a servirsi dei più diversi mezzi musicali, meta-musicali e anche extra-musicali. Che, sebbene non ne fosse condizionato nelle sue attività creative, gli hanno portato anche un grande successo. Un successo corso lungo strade misteriose e insondabili; che forse, riferì lo stesso artista, in qualche caso gli era arriso con la strana, esoterica mediazione della meditazione. Franco si è votato a una spiritualità che in un artista o non è né può essere presente, oppure scaturisce quasi da sola. Non viene, ma avviene. Probabilmente è quanto è successo anche con i sodalizi che in mezzo secolo si sono formati con lui: non molti, ché l’uomo non era di bocca buona e coltivava rapporti e amicizie con tenacia. 

Almeno due nomi, tra i suoi collaboratori, vanno fatti: Manlio Sgalambro, filosolo, paroliere, cantante, un altro siciliano geniale e come lui eclettico, e Giusto Pio, musicista, polistrumentista dell’archetto e della tastiera, arrangiatore e direttore d’orchestra, che tante cose ha fatto con l’artista catanese. Tra i giganti della canzone d’autore, almeno altri due nomi vanno necessariamente ricordati nella voluminosissima biografia artistica di Battiato: Fabrizio De André, il Faber che lui adorava senza mezzi termini, e Lucio Dalla, un altro grandissimo che per molti anni era stato anche un suo vicino di casa, all’ombra imponente e sacra del Mongibello. Molto lunga, invece, sarebbe la lista dei giovani cantanti e degli artisti meno fortunati che ha aiutato. Battiato aveva il cuore tenero, ma era idiosincratico verso chi era turpe, svilendosi per cattiveria o per scelta. Allora diventava burbero o, semplicemente, cessava di essere gentile e ti ignorava.

Mi sento a disagio a definire Battiato un cantante. Non solo per la vastità di interessi di chi è stato anche un poeta trascendentale (grazie alle tecniche meditative e all’accostamento al sufismo), regista di cinema, pittore e, per lo spazio d’un mattino, anche politico; su posizioni che, senza farsi vincere dal risibile, è più facile riassumere con una antitesi: Berlusconi.

Franco aveva una voce certamente intonata ma non particolarmente musicale, che a tratti poteva suonare stimbrata o chioccia. Eppure i suoi versi, l’arditezza di certe sperimentazioni e la bellezza di molte melodie ti toccano dentro molto più di qualsiasi funambolica tenorile prodezza. Difficile scegliere fra i molti suoi filoni, nessuno dei quali ha voluto sfruttare sino all’esaurimento. Oltre al suo modo di parlare e cantare, con quelle quasi impercettibili “erre” catanesi, leggermente smussate prima delle dentali, e le “o”, solo un po’ più aperte, vengono in mente, su tutti, un pugno di titoli: “Voglio vederti danzare”, “La cura”, “Centro di gravità permanente”, “E ti vengo a cercare”, “L’era del cinghiale bianco”. Su tutte però, almeno per la mia sensibilità di oggi, una si stacca sulle altre, “Povera patria”. Qui il cantante non interessa più, conta l’artista polidirezionale e, soprattutto, il poeta (purtroppo) visionario. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio