Ada Prospero Gobetti Marchesini: una donna “resistente” e l’amore controvento

Della fine della giornata del 25 aprile ’45, in una Torino «assolutamente queta e deserta», nel “Diario partigiano” ricorda: «Si trattava ora di combattere contro interessi che avrebbero cercato subdolamente di risorgere, contro abitudini che si sarebbero presto riaffermate, contro pregiudizi che non avrebbero voluto morire: tutte cose assai più vaghe, ingannevoli, sfuggenti. E si trattava inoltre di combattere tra di noi e dentro noi stessi, non per distruggere soltanto, ma per chiarire, affermare, creare…»


L’incontro di ILARIA DEMURTAS

¶¶¶ Il mio felice incontro con Ada risale a sei mesi fa. Ritirai dalla biblioteca il carteggio Gobetti-Prospero per conto di una persona a me cara: iniziai a leggerlo io, in realtà, e me ne innamorai. C’è una foto che sovente mi piace riguardare ed è quella che ritrae Piero e Ada Gobetti nel giorno del loro matrimonio. In quel ritratto, dove i riccioli di Ada accarezzano la spalla di lui, in quei sorrisi appena accennati, ma pieni di speranze future, scorgo il segno tangibile di quel sodalizio d’amore, umano e politico che caratterizzò tutta la loro «breve esistenza» insieme. 

La storia fu spietata nei confronti della ricchezza che ancora poteva fiorire dalla comunione di due spiriti così affini: Piero Gobetti morì nel 1925 a Parigi, per un attacco di cuore, in seguito ai pestaggi che i fascisti gli avevano inflitto e che avevano aggravato la sua malattia cardiaca. Due mesi prima era però nato Paolo, figlio amatissimo e desiderato; il vuoto che Piero lascia nella vita di Ada e di Paolo è sconvolgente eppure, anche nelle pagine più dolorose dei diari di lei, risalenti al 1925-1926, emerge quella forza e volontà di vivere e lottare che da sempre aveva caratterizzato la personalità di Ada Prospero: «Nella tua breve esistenza c’è stato tanto ardore, tanto lavoro, tanta gioia, da farla più ricca e felice di tante altre lunghissime vite: e non c’è stato in essa nulla di laido, di imperfetto, di malsicuro. È stata tutta luce: parabola breve, dall’intensità luminosissima. E penso che tu non vorresti ti si piangesse, ma che si considerasse la tua vita un capolavoro e un esempio. Questa è ‒ forse ‒ la realtà: e ha in sé la sua consolazione e il suo compenso».

Ma Ada continua a vivere attivamente: studia, lavora come insegnante di inglese nei ginnasi del Piemonte, traduce, scrive testi scolastici, inizia a confrontarsi con Benedetto Croce che diverrà un punto di riferimento intellettuale; la casa di via Fabro diviene un vero e proprio centro antifascista, attorno al quale si riuniscono tutti coloro che erano stati vicini a Piero in vita, gli spiriti liberi che poi daranno vita a «Giustizia e libertà». Tutto questo è accompagnato dall’amore e dall’interesse per la crescita e l’educazione del figlio Paolo e, in generale, all’interesse verso la pedagogia che darà poi esiti più maturi. In seguito, s’impegna con maggior vigore nell’attività clandestina antifascista: aderisce a Giustizia e Libertà, è tra i fondatori del Partito d’Azione; qualche anno prima si risposa con Ennio Marchesini, tecnico dell’Eiar.

Ada, la «Beatrice […] che non muore, ma ispira eterna, ogni giorno rinnovata, il rinnovarsi della vita», prende parte alla Resistenza piemontese assieme al figlio Paolo, raccontandola nel libro Diario partigiano del 1943-‘45. Come hanno osservato Goffredo Fofi, Italo Calvino, Bianca Guidetti Serra, le testimonianze di Ada sono tra le più importanti della nostra resistenza, caratterizzate da quella sua particolare sensibilità, lontane da ogni celebrazione fine a sé stessa. Bianca Guidetti Serra osserva acutamente che «Ada, con le sue memorie, mirò a privilegiare la qualità della scelta di coloro che bene o male seppero decidersi e combattere dalla parte giusta» e che il personaggio più straordinario è proprio lei, «aliena da ogni protagonismo». 

Il diario pubblicato si basa sugli appunti che lei prese ogni sera, usando «un inglese criptico, con parole monche, quasi semplici sigle»; con viva memoria si indusse a riordinare gli appunti e riscriverli affinché fossero pubblicati; fu determinante il confronto con Benedetto Croce, che le suggerì di «darne almeno una sorta di antologia» per rivendicarne l’importanza. I racconti e le descrizioni di Ada vanno dai fatti più comuni e quotidiani alla descrizione di rappresaglie, dalla preoccupazione per il figlio alla riflessione su tutti coloro che incontra; e c’è sempre quella particolare sensibilità ed empatia nei confronti del prossimo e l’attitudine appassionata di partecipazione agli eventi. Ada farà dell’esperienza della Resistenza, come tanti ma meglio di altri, un insegnamento per il futuro. 

Della fine della giornata del 25 aprile ’45, in una Torino «assolutamente queta e deserta», ricorda: «Si trattava ora di combattere […] contro interessi che avrebbero cercato subdolamente di risorgere, contro abitudini che si sarebbero presto riaffermate, contro pregiudizi che non avrebbero voluto morire: tutte cose assai più vaghe, ingannevoli, sfuggenti. E si trattava inoltre di combattere tra di noi e dentro noi stessi, non per distruggere soltanto, ma per chiarire, affermare, creare […]. Ma sapevo anche che la lotta […] si sarebbe frantumata in mille forme, in mille aspetti diversi; e ognuno avrebbe dovuto faticosamente, tormentosamente, attraverso diverse esperienze, assolvendo compiti diversi, umili o importanti, perseguir la propria luce e la propria via […]».

Il suo attivismo partigiano continua «con trepidante umiltà» nell’attivismo politico: sarà ad esempio vicesindaco della Giunta municipale di Torino nel ‘46, sarà eletta nel Consiglio nazionale dell’Anpi e dell’Udi, parteciperà alla fondazione della Federazione democratica internazionale femminile; nel ‘56 aderirà al Partito comunista italiano.

Il 25 luglio 1920 Ada scriveva a Piero: «non tutti nella vita hanno la missione di fare delle cose grandi: c’è anche chi ha scelto la missione di aiutare e di sorridere soltanto a chi può salire tanto in alto. Ed è questa la mia. Non pare anche a te?»; quella ragazza era in realtà destinata a trasformare la felicità di Piero − sentita come «grande opera» a cui avrebbe dedicato tutta la sua vita − in un cammino che avrebbe brillato di luce propria, la sua. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ilaria Demurtas è laureata in filologie e letterature classiche e moderne all’Università degli studi di Cagliari con la tesi «La fedeltà alla forma come unica forma di fedeltà: poetica e prassi della traduzione in Patrizia Valduga» cui è stata conferita la dignità di stampa. Nella sua carriera universitaria si è occupata soprattutto di filologia d’autore, critica delle varianti e critique génétique francese, lavorando con dedizione anche sulle carte manoscritte di Giovanni Pascoli per la tesi di laurea triennale. Tuttora continua a compiere studi in questo campo. Si è dedicata con passione e impegno all’attività teatrale, alla fotografia, scrive racconti e poesie. Vorrebbe lavorare nel mondo editoriale, fare un dottorato, insegnare.

 

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