Acque al veleno. A Bussi, in Val Pescara, bomba ecologica innescata da mezzo secolo

Fino al 1972 le scorie della produzione chimica della Montecatini finivano direttamente nel fiume Tirino nella misura (incredibile) di una tonnellata al giorno. Cristina Gerardis (parte civile): «La contaminazione delle matrici ambientali (terreni, sottosuolo, acque superficiali, falda profonda, aria) è immanente e permanente»: in particolare le acque sotterranee che alimentavano gli acquedotti destinati a tutta la Val Pescara e a mezzo milione di abitanti sono inservibili. Ancora oggi, nelle ultime rilevazioni, è stato trovato il cloruro di vinile nella linfa degli alberi attorno alle discariche


L’inchiesta di LILLI MANDARA

¶¶¶ Quarant’anni di veleni e nessuna giustizia. Bussi sul Tirino è tra le più grandi bombe ecologiche d’Europa. Mercurio, piombo e peci clorurate, sostanze tossiche pericolosissime hanno inquinato per anni i fiumi del Parco nazionale del Gran Sasso e l’acqua bevuta da almeno 700 mila abitanti. E hanno per sempre sottratto ai cittadini una fonte idrica sotterranea pura e abbondante. Il polo chimico-industriale di Bussi nasce agli inizi del secolo scorso con la società Montecatini, poi diventata Montedison e ora Edison Spa che ha gestito gli impianti fino alla loro vendita nel 2002 a un altro colosso della chimica, la multinazionale belga Solvay. Dall’alluminio al ferro-silicio passando per le produzioni della chimica pesante: tutte le più pericolose sostanze vengono prodotte qui. 

Dice Cristina Gerardis, parte civile nel processo penale per conto del ministero dell’Ambiente e della Regione Abruzzo: «La contaminazione delle matrici ambientali (terreni, sottosuolo, acque superficiali, falda profonda, aria) è immanente e permanente: nessun risarcimento monetario potrà restituire agli abruzzesi la purezza di quelle risorse, in particolare delle acque sotterranee che alimentavano una infrastruttura acquedottistica destinata a tutta la Val Pescara e a mezzo milione di abitanti. Ancora oggi, nelle ultime rilevazioni, è stato trovato il cloruro di vinile addirittura nella linfa degli alberi che si trovano intorno alle discariche».

Fino al 1972 le scorie della produzione chimica finivano direttamente nel fiume Tirino, affluente del fiume Pescara, nella misura (incredibile) di una tonnellata al giorno. Non solo: a parte il polo chimico e la centrale elettrica, in quell’area ci sono anche due discariche per rifiuti speciali, rifiuti che sono stati poi interrati lungo il corso del fiume vicino ai pozzi di acqua potabile, di quell’acqua che poi riforniva i centri della vallata e la stessa Pescara. Molta gente si è ammalata, altri sono morti. Secondo l’Istituto superiore di sanità quella contaminazione costituisce un pericolo concreto per la salute dell’uomo. E si deve al lavoro dello studio “Sentieri” di alcuni anni fa l’osservazione che i tumori maligni dello stomaco erano “in eccesso” negli uomini e quelli del colon retto nelle donne rispetto al resto della regione così come alcune malattie dell’apparato respiratorio. In eccesso anche le morti per linfoma di Hodgkin sia negli uomini che nelle donne, e gli attacchi di asma per ragazzi fino a 19 anni. 

Il 12 marzo 2007 è una data storica. È il giorno in cui la Forestale rivela il disastro ambientale delle Officine con la “scoperta” della mega discarica “Tre Monti”: tonnellate di rifiuti tossici seppelliti sotto metri di terreno. A distanza di quasi mezzo secolo da quel primo inascoltato allarme, l’emergenza ambientale continua. I processi non sono serviti a niente. Il 27 settembre del 2018 la Cassazione ha annullato le 10 condanne agli ex manager emesse dalla Corte d’Assise d’appello dell’Aquila il 17 febbraio 2017: quattro degli imputati vengono assolti per non aver commesso il fatto, per altri sei la Corte dichiara prescritto il reato di disastro ambientale, riconosciuto in Appello. La Cassazione conferma però nei fatti la decisione dell’Appello: una sentenza di condanna, opposta rispetto a quella del processo di primo grado quando i 19 imputati furono assolti dai giudici di Chieti dall’accusa di aver avvelenato le falde acquifere e di avere causato un immane disastro ambientale. Delitto che era stato derubricato in colposo e, quindi, prescritto. Su quell’assoluzione erano calate ombre per le pressioni esercitate sui giudici popolari, tanto che il Csm ha condannato il presidente del collegio Camillo Romandini alla perdita di due mesi di anzianità, anche per le sue attività imprenditoriali.

Cristina Gerardis: «Il processo è durato dieci anni, ha consentito di acquisire molti elementi di conoscenza utili per comprendere l’estensione della contaminazione di Bussi; ma come spesso accade in Italia si è concluso senza colpevoli e senza condanne. Anche senza il danno ambientale, ha effetti permanenti sull’ecosistema e sulla salute dell’uomo e degli esseri viventi, i reati non sono permanenti e la prescrizione è decorsa anche durante le indagini e tutto il processo. Inoltre, questo si è svolto con il rito abbreviato, chiesto dagli imputati, e ha impedito lo svolgimento di una istruttoria completa davanti alla Corte. Ad ogni modo, e nonostante tutto, alla fine la sentenza della Cassazione ha nella sostanza riconosciuto i fatti di disastro ambientale e di avvelenamento, consentendoci di intraprendere una causa civile per il risarcimento del danno, davanti al Tribunale dell’Aquila».

Ma c’è dell’altro. «Tra gli atti dell’indagine sono stati trovati documenti molto chiari sulla precisa consapevolezza del management aziendale: per esempio, una cartina del 1972, che indicava i punti della discarica dove seppellire le peci clorurate, derivate dalle lavorazioni industriali; o una comunicazione interna dove si raccomandava di «non spaventare chi non sa», ricorda Cristina Gerardis. E i lavori di bonifica che dovevano partire già tre anni fa, quando se li aggiudicò la società Dec-Deme, sono ancora al palo: il ministro dell’Ambiente non ha mai firmato quel contratto e anzi ha revocato l’affidamento nonostante il grave stato di contaminazione del sito. Ora però dovrà farlo: il Consiglio di Stato ha respinto la richiesta di sospensiva del ministero. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, lo stabilimento ex Montecatini lungo il fiume Tirino; in alto, carotaggio dei terreni inquinati; al centro, sequestro delle discariche; in basso, il fiume Tirino a monte dello stabilimento chimico e delle discariche tossiche

About Author

Lilli Mandara

Ha lavorato nella redazione abruzzese del “Messaggero” dal 1984 al 2014. Ha seguito per il quotidiano di Roma molte vicende dell’attualità italiana. Dal 2015 è direttore responsabile del blog “Maperò”, testata giornalistica che si occupa in Abruzzo di politica, cultura e cronaca. Collabora col “Fatto quotidiano” e con “Donne Chiesa Mondo”, il mensile dell’“Osservatore Romano”.