A Gaza il fuoco si è fermato, ma manca l’acqua e si continua a morire di sete 

File per l’acqua potabile a Gaza

«L’acqua è il più materiale, il più sacro dei diritti, antico come la Genesi, salvaguardato nelle guerre greche, eppure dimenticato. Gaza è un occhio su come si prospetta il mondo futuro. Una striscia di terra lunga 36 chilometri e larga 10, una delle più alte concentrazioni demografiche del mondo. Un pericolo pandemico per il Mediterraneo e la stessa Israele. È una discarica umana chiusa, dalla quale non si fugge a nuoto o coi gommoni, nemmeno quando piovono le bombe. Il diritto all’acqua: nemmeno la guerra lo dovrebbe distruggere». Un appello su cui Italia Libera raccoglie l’adesione dei propri lettori, scrivendo a [email protected]


L’appello di DACIA MARAINI, PIERO BASSO, don VIRGINIO COLMEGNA, EMILIO MOLINARI, STEFANO NESPOR, MONI OVADIA, ARMANDO SPATARO e GIANNI TOGNONI / 

DOVE FERMEREMO L’ASTICELLA dei diritti negati e su questo limite ci batteremo tutti assieme? Il fuoco si è fermato a Gaza. Si sono contate le vittime: 12 civili israeliani e 250 palestinesi uccisi, 60 dei quali bambini, 1200 feriti che intasano ospedali di Gaza già collassati dal Covid e danneggiati dalle bombe. È finita. Pochi giorni di attenzione e i media non ne parleranno più. Ma a Gaza si continuerà a morire per queste bombe, per quelle di prima e di prima ancora, in attesa delle prossime.

Si muore e si morirà sempre di questo a Gaza. Il tasso di mortalità infantile è tra i più alti del mondo ed è per l’acqua infetta. Perché Gaza è Gaza. Non entrano i materiali per riparare le reti idriche, fognarie ed elettriche, la falda è esaurita e assorbe acqua salata e infetta dalle fogne. Nessuno costruisce infrastrutture che portino l’acqua dall’esterno. Impossibile a Gaza rispettare le norme igieniche di lavarsi le mani più volte al giorno. 

Adesso meno del 4% dell’acqua è potabilee le falde acquifere sono scese di 10 metri sotto il livello del mare

Non vogliamo sottrarci alle analisi sulle vecchie e sulle nuove responsabilità, su come distribuirle tra Netanyahu e Hamas con i loro progetti criminali che si intrecciano. Non vogliamo parlare di geopolitica, tutto è stato già detto e discusso. Forse è solo necessario esprimere l’indignazione ragionata per la politica capace di “usare” i numeri e le statistiche delle vittime per fingere un interesse, simulare un diritto internazionale morto da tempo. A Gaza le bombe si sovrappongono e si confondono con l’assenza di tutti i diritti umani che ognuno di noi continua ad elencare da tempo: la democrazia, l’autodeterminazione, la dignità, le libertà e… infine l’acqua. Sempre in fondo, aggiunta all’ultimo momento.

Forse, va invertita la scala delle priorità, va fermata l’asticella su ciò che vogliamo susciti ancora qualche passione universale: l’acqua pulita e la salute i diritti umani fondamentali, i più violati e dimenticati. L’acqua è il più materiale, il più sacro dei diritti, antico come la Genesi, salvaguardato nelle guerre greche, eppure dimenticato. A Gaza questi fondamentali diritti alla vita sono negati. Gaza è la metafora dello scarto portata all’estremo, è un occhio su come si prospetta il mondo futuro. Una striscia di terra lunga 36 chilometri e larga 10, una delle più alte concentrazioni demografiche del mondo. Un pericolo pandemico per il Mediterraneo e la stessa Israele. È una discarica umana chiusa, dalla quale non si fugge a nuoto o coi gommoni, nemmeno quando piovono le bombe.

Oltre il 90% dell’acqua della falda di Gaza non è sicura da bere

Il diritto all’acqua: nemmeno la guerra lo dovrebbe distruggere. È stato affermato da una Risoluzione dell’Assemblea delle Nazioni Unite nel 2010. Ma non lo sa nessuno, nemmeno le vittime e non c’è protocollo tra nazioni e nessun tribunale internazionale che sanzioni chi non lo rispetti. C’è bisogno di memoria per ricordare che la società civile, nel passato, riconoscendo che il crimine più grave e impunito è il silenzio, si è data uno strumento come un tribunale: sul Viet Nam 1966/67 e sulle dittature dell’America Latina 1974/76, con personalità come Bertrand Russell, Jean Paul Sartre, Lelio Basso. E dal 1979 opera il Tribunale Permanente dei popoli e un Tribunale Russell sulla Palestina. Non si tratta di inventare nulla di nuovo. O forse sì, per immaginare relazioni internazionali diverse. C’è un Forum dei movimenti dell’acqua italiano e internazionale. 

Si tratta di mettere la lente d’ingrandimento su due diritti negati, premessa e indicatori di ogni altro diritto. Rilanciarli in quanto parlano alle nuove generazioni del futuro del nostro mondo. Ci parlano della crisi dell’acqua e delle guerre da essa generate, di pandemie, vaccini, multinazionali, farmaci negati. Ci parlano delle diseguaglianze, di indifferenza e di impegno. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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