8 marzo 2021: uomini con le scarpe rosse camminano per la città

Ogni tre giorni in Italia c’è una vittima di violenza domestica, uccisa o massacrata da mariti e compagni che non accettano la sua autonomia e libertà. Un modello patriarcale di possesso che vacilla. Molti chiedono aiuto ai centri di ascolto, come il “Cerchio degli uomini” di Torino, il Centro “Liberiamoci dalla violenza” di Modena. Le donne sono più del 50 per cento, studiano e si laureano più degli uomini, rivelano competenza in tutti i campi ma vengono considerate una categoria secondaria. Quanti 8 Marzo passeranno ancora per capire che l’uguaglianza di genere è strategica per la rinascita del Paese?


L’analisi di STEFANELLA CAMPANA

¶¶¶ Uomini con le scarpe rosse camminano per la città. Portano cartelli con messaggi rivolti agli uomini per dire basta violenza contro le donne “una sconfitta per tutti”, “nulla può giustificarla”, per ricordare che “la donna non è una tua proprietà”. È successo a Biella e anche in altre città come Torino, Milano, Potenza, Albenga. Diversi flashmob spontanei di uomini che hanno raccolto i ripetuti appelli di donne e associazioni femministe a mettersi in discussione, a intervenire sul fenomeno diffuso e drammatico della violenza contro le donne, “un problema che vi riguarda”. Ultima Milena Gabanelli “Uomini dove siete?”

Un gesto importante, di certo preferito al dono delle ormai tradizionali mimose che puntualmente colorano di giallo la Festa dell’8 Marzo ma non cancellano la quotidiana faticosa realtà delle donne, le vittime di violenza domestica, le uccise e massacrate in Italia ogni tre giorni da mariti, compagni che non accettano la loro autonomia e libertà, che aderiscono a un modello patriarcale di possesso, incapaci di adeguarsi all’evoluzione dei costumi. Un modello che comincia però a stare stretto anche a loro, visto che molti  chiedono aiuto ai numerosi centri di ascolto per uomini maltrattanti, come il “Cerchio degli uomini” di Torino che si occupa di evoluzione del maschile, il Centro “Liberiamoci dalla violenza” di Modena, il primo gestito fin dal 2011 da una istituzione pubblica che in soli tre anni aveva seguito 150 uomini.  

Avevo intervistato uno di questi: nel suo racconto emergeva anche  sofferenza e senso di frustrazione per essere stato incapace per anni  a controllarsi ma anche il sollievo per aver imparato a capire le dinamiche che lo portavano a reagire in modo violento nei confronti della moglie e a  contrastarle. Centri di ascolto e aiuto sono ora sparsi in tutta Italia: Napoli, Roma, Genova, Milano, Ferrara, Forlì, Rimini, Trieste, Bergamo, Brescia, Olbia, Pisa, Bolzano, Vicenza. Può essere un buon inizio, ma si dovrebbe prevenire la violenza con l’educazione al rispetto di genere, delle differenze, fin dai primi anni di vita e non con i testi scolastici attuali che rimandano un’immagine stereotipata della donna come denunciato da più parti. 

L’8 Marzo è per le donne una giornata di riflessione, di bilancio, ma ancora di lotta contro le disuguaglianze di genere, contro le discriminazioni che persistono in ogni ambito. Un 8 Marzo al tempo della pandemia che ha colpito più pesantemente il lavoro delle donne perché più precario, perché sovraccaricato dal lavoro di cura. Una situazione pesante che appare in molti modi e che rivela la deriva culturale della sopraffazione di genere nel nostro Paese. Si manifesta non solo con la violenza fisica ma anche con la violenza verbale che dilaga sui social e prende di mira le donne, le professioniste di vari settori per sminuirne la professionalità come è emerso dall’analisi di Vox (Osservatorio Italiano sui Diritti) che ha redatto la Mappa dell’intolleranza. 

Le più colpite sono le giornaliste, soprattutto quelle in prima linea in ambiti considerati “di competenza maschile”, le inviate di guerra, le croniste che si occupano di criminalità organizzata. Silvia Garambois e Paola Rizzi hanno raccolto alcune testimonianze nel libro “Stai zitta giornalista”, il libro dell’associazione GiULiA sul bavaglio d’odio all’informazione. La Mappa sottolinea anche come il sessismo online è iperaggressivo e ha a che fare con i femminicidi e la violenza fisica. Insulti e hate speech si moltiplicano anche quando sui social si denuncia la pessima abitudine di convegni ed eventi dove le donne non ci sono, come se non ce ne fossero di competenti, boycottmanels. In politica il quadro è desolante, specie se non sei una donna fedele a un leader o capocorrente.

Le donne sono più del 50 per cento nel nostro Paese, studiano e si laureano più degli uomini, rivelano competenza in tutti i campi eppure vengono ancora considerate una categoria a parte, secondaria, un soggetto svantaggiato. Quanti 8 Marzo passeranno prima che l’uguaglianza di genere sia considerata strategica per la rinascita del Paese? Non un fatto secondario, una casella da riempire perché “ci vorrebbe almeno una donna”. La speranza è rivolta all’Europa, al Recovery Fund. E non solo. Nel suo discorso programmatico la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha indicato come una delle principali priorità la parità di genere. Lo ha ancora ribadito il 4 marzo annunciando una Direttiva per contenere la violenza contro le donne, aumentata in tutta Europa. Un programma, una scommessa non più rinviabile. Di sicuro per l’Italia. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Stefanella Campana

Giornalista a “La Stampa” per 26 anni, è stata direttora della versione italiana del magazine delle culture del Mediterraneo www.babelmed.net. Ha diverse esperienze in campo editoriale e tv, tra cui l’evoluzione del mondo del lavoro (Rai 3); coautrice di: "Donne in liquidazione" sulle operaie Motta e Alemagna, "Il problema dei figli nella separazione" (Bollati-Boringhieri), "Quando l'orrore è donna: torturatrici e kamikaze" (Editori Riuniti). Coautrice di documentari, tra cui “Una violenza di genere” (Rai 3 e Rai Storia). Impegnata da sempre perché l’Italia sia anche un Paese per donne, è stata presidente della Commissione pari opportunità della Regione Piemonte e rappresentante della Cpo dell'Associazione Stampa Subalpina, nel Direttivo di GiUliA Giornaliste, tra le fondatrici dell’associazione “Se non ora quando?”. Tra le curatrici della mostra internazionale “In prima linea. Donne fotoreporter in luoghi di guerra” (Torino, Palazzo Madama). Nell’Esecutivo Ungp -Fnsi.