La rincorsa di Letizia Moratti verso il piano più alto di Palazzo Lombardia

Secondo gli accordi Berlusconi-Salvini, la vicepresidente della Giunta è destinata ad essere candidata al vertice della Regione non alla scadenza naturale della legislatura ma molto prima. Attilio Fontana è al capolinea e la Lega vuole il sindaco di Milano. Al nuovo corso politico-sanitario non sono sufficienti né la nuova acconciatura, dalla milanesissima cofana ad un taglio corto e svelto, né le notti insonni a San Patrignano per attenuare quel po’ di arroganza che distingue un certo ceto cittadino della “Milano bene”


Il commento di MICHELE ACHILLI

¶¶¶ Liquidato senza lode per le sue malefatte e per le innumerevoli topiche l’assessore Giulio Gallera − anche perché, a suo dire, “stanco” −, la Giunta regionale lombarda si è arricchita di un noto personaggio della “Milano bene”, Letizia Brichetto Arnaboldi Moratti, nominata Vicepresidente e assessore al Welfare. Ma i giochi, in verità, sono stati un po’ più complessi. 

Secondo gli accordi Berlusconi-Salvini, la Moratti è destinata ad essere candidata alla Presidenza della Regione non alla scadenza naturale della legislatura ma molto prima. Infatti, l’avvocato Attilio Fontana − anch’egli evidentemente “stanco”, oltre che poco adatto al ruolo e non più riproponibile − è destinato a lasciare l’incarico probabilmente in occasione delle prossime elezioni comunali (a maggio o settembre) quando la Lega, in cambio, avrà via libera a presentare il suo candidato al Comune di Milano.

La sua designazione alla vicepresidenza della Regione non ha suscitato grande entusiasmo in città, dove la famiglia gode di una certa risonanza, non sempre favorevole. Il sindaco Moratti non ha lasciato grandi tracce (la buona amministrazione era garantita dal suo direttore generale, Giuseppe Sala, che ne ha preso ora il suo posto), salvo l’idea e l’assegnazione dell’Expo ottenuta peraltro con metodi che, per carità di patria, è meglio dimenticare. Ma l’esserci liberati da Gallera ha reso tutti un po’ più felici.

I primi giorni nel nuovo incarico, che di solito vengono ricordati come “luna di miele” per i nuovi eletti, hanno subito intaccato la sua credibilità. Non sono infatti sufficienti né la nuova acconciatura, dalla milanesissima cofana ad un taglio corto e svelto, né le notti insonni a San Patrignano per attenuare quel po’ di arroganza che distingue un certo ceto cittadino. L’aver richiesto che l’assegnazione dei vaccini, tra le diverse regioni, tenga conto del prodotto interno e non del numero degli abitanti ha fatto subito ricredere sulla sua lucidità, contraddicendo quel che si è solito dire sulla generosità milanese e lombarda, in verità tutta da dimostrare.

L’adesione alle parole d’ordine della Lega, poco incline a tenere conto delle necessità delle regioni più disagiate, ne è la conferma. Né peraltro si conoscono manifestazioni di grande liberalità da parte delle ricche e facoltose famiglie del capitalismo lombardo a favore di istituzioni culturali, sociali, di assistenza.

A questa prima scivolata si sono aggiunte le notizie sui ritardi delle consegna degli stessi vaccini da parte della Pfizer per completare il quadro. Il tentativo di dare una riverniciata alla disastrata bicocca della Regione Lombardia non è riuscito. Troppe le carenze, le omissioni, le scelte sbagliate, dalla mancata apertura delle scuole alle contraddittorie indicazioni sulla vita quotidiana per poter ristabilire un rapporto di fiducia. © RIPRODUZIONE RISERVATA

About Author

Michele Achilli

Architetto, libero docente in urbanistica presso il Politecnico di Milano. Membro della Direzione del Partito Socialista Italiano dal 1978 al 1990. Vicepresidente del Gruppo Parlamentare Socialista alla Camera dal 1967 al 1987, Presidente della Commissione Esteri del Senato dal 1987 al 1992. Fondatore e Presidente onorario dell’Icei, Istituto per la Cooperazione Economica Internazionale, Direttore Generale della Fondazione Casa delle Regioni del Mediterraneo. Autore di testi sulla politica internazionale e sulla legislazione urbanistica