L’arte rubata a colpi di «branda», un sofisticato apparecchio di rilevamento sotterraneo

Il saccheggio dei nostri beni culturali è incessante anche con la pandemia. Nel mirino le aree archeologiche della Magna Grecia Jonica. La vicenda delle ottomila monete d’argento coniate nel IV e III secolo a.C. finite in una galleria d’arte di Zurigo e l’Operazione “Atena Partenos” del Nucleo di tutela del patrimonio artistico dei Carabinieri. Il catanese ‛Coclite’ di casa in Puglia


di ARTURO GUASTELLA

⚈ Con quale altro nome, se non “arte rubata” potremmo definire l’incessante saccheggio dei nostri beni culturali, che, in questo periodo di pandemia da Covid, non ha subito né crisi, né rallentamenti, ma, se possibile, una sconcertante accelerazione? La serrata dei parchi archeologici, decisa dal Governo, ha aggravato la situazione, visto che nel Sud del nostro Paese, tranne qualche rara eccezione, c’è sempre stata una carenza di personale ed, ora, anche di controllo, se non proprio di tutela. È il caso, per esempio, del Parco archeologico di Saturo, nel tarantino, nel territorio di Leporano, dove, fino a qualche anno fa, una Cooperativa di giovani archeologi, che ne aveva la gestione, ne aveva curato la tutela, ma soprattutto la valorizzazione, facendolo includere nei “Poli museali italiani di eccellenza”, visto che si trattava di un’area (sei ettari) di straordinaria pregnanza storico-archeologica.  

Saturo, infatti, insieme a Pitecusa (Ischia) in Campania, e forse a Naxos in Sicilia, era il luogo della nostra penisola dove approdarono le prime navi greche. Dei marinai micenei. E siamo nel primo quarto del secondo millennio avanti Cristo. La “Polisviluppo” (questo il nome della cooperativa) ne aveva anche redatto un progetto di valorizzazione, dal quale aveva tratto non pochi spunti Invitalia, riuscendo a far destinare al parco, la somma di cinque milioni di Euro. Poi amministratori locali miopi e neghittosi (o in mala fede), nelle more dell’aggiudicazione dell’appalto − è ancora, come suol dirsi, in grembo a Zeus −, pensarono bene di mettere alla porta la cooperativa, lasciando che erbacce e tombaroli si impadronissero nuovamente dell’intera area. L’improntitudine degli amministratori − che non avevano sborsato neanche un euro per la cura del Parco − si è spinta perfino a inviare alla “Polisviluppo” una bolletta di migliaia di euro di spazzatura, proprio qualche giorno fa. Ad oltre quattro anni dal benservito alla cooperativa di giovani archeologi.  

Esempi deprecabili, questi, che hanno ridato fiato all’industria “dell’arte rubata”, anche se il saccheggio non si è mai interrotto. E non solo dei reperti archeologici ma anche dei beni ecclesiastici, forse i meno protetti di tutti, anche se il loro valore intrinseco, tranne le tele d’autore, non è certo paragonabile ai corredi funerari di qualche tomba antica. La Puglia, la Calabria, la Basilicata, la Campania e la Sicilia sono il terreno di caccia preferito dai trafficanti internazionali di reperti archeologici, con un reticolo di complicità malavitose particolarmente articolato e con vere e proprie centrali di raccolta. Taranto, poi ha costituito per decenni uno snodo fondamentale di questo traffico, con ben individuati centri sia di raccolta che di smistamento. Spedizioni clandestine, che hanno avuto come capolinea la Svizzera e, di recente, la Germania.  

Ma come sono organizzate queste centrali di malaffare e, soprattutto, su quali complicità possono contare? Intanto gli antichi “tombaroli” si sono modernizzati, nel senso che non vanno più a scavare con pala e piccozza, ma con sofisticatissimi apparecchi di rilevamento, capaci di individuare metalli anche a due e più metri di profondità. Il più conosciuto e il più micidiale di tutti è la cosiddetta “Branda”, una sorta di metal detector, messo a punto, qualche anno fa, dall’ingegnere inglese Paul Spencer, che è diventato multimilionario vendendo la sua apparecchiatura ai trafficanti di mezza Europa, per la modica cifra di venticinquemila euro. Non solo. Il nostro disinvolto tecnico londinese pretende anche il 25% della “merce” trovata. E, inoltre, mille e cinquecento euro ogni quattro mesi per la ricarica delle batterie, che sono praticamente introvabili nei comuni mercati di elettronica.  

Grazie a questo sofisticato apparecchio, una ventina di anni fa (nel 1993), a Metaponto, un gruppo misto di trafficanti siciliani, lucani e tarantini, mise le mani su uno straordinario bottino: ottomila monete d’argento, coniate, nel IV e nel III secolo a.C., oltre che a Metaponto, anche a Taranto, Terina, Turii, Crotone e Zancle, per un valore, stimato per difetto, di oltre tre miliardi di vecchie lire. L’allegra combriccola, si fa per dire, si era sistemata nel villaggio Mediterranée di Metaponto, e il cui capo, il siciliano Orazio De Simone, aveva come referenti locali il metapontino Salvatore Caricati, un ex professore di Educazione Fisica di Taranto e, perfino, un docente universitario di archeologia, sempre del capoluogo ionico.  

A conferma delle relazioni internazionali cui possono contare i trafficanti, una volta impadronitisi delle monete, il bottino fu portato in Svizzera, presso la Galleria d’arte “Nefer” di Zurigo, la cui titolare Frieda Chakos, moglie di quell’Antonino Savoca che, fino alla sua morte, era considerato dagli inquirenti come uno dei più importanti trafficanti d’arte internazionali (al pari, forse, del solo Robert Hect, americano di Baltimora, ma residente a Parigi), la quale si mise immediatamente all’opera per pulire le monete antiche. L’operazione fu condotta da un vero e proprio mago del settore, Sandro Chicchi che fece onore alla sua fama e le monete furono vendute a collezionisti di mezzo mondo, soprattutto americani e giapponesi. I carabinieri del TPL, tuttavia, malgrado minuziose investigazioni, non sono ancora riusciti ad individuarli, anche perché i trafficanti hanno saputo coprire ad arte ogni traccia.  

Eppure, sembrava che si fosse imboccata finalmente una buona pista, quando i Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico, del mai abbastanza rimpianto generale Roberto Conforti, riuscirono a mettere il sale sulla coda, alla fine degli anni ’90, del secolo scorso, allo stesso gruppo di trafficanti. In una operazione che gli inquirenti chiamarono “Athena Partenos”, furono recuperati qualcosa come undicimila reperti archeologici, datate dall’età del ferro al primo secolo dopo Cristo, arrestando tre persone e denunciandone a piede libero altre undici. In manette, guarda caso, finirono l’ineffabile ex insegnante di Educazione Fisica di Pulsano, in provincia di Taranto, Salvatore Caricati, e Orazio Di Simone, mentre indagato finì anche il professore universitario di Carosino, sempre in provincia di Taranto.  

Il nome dell’operazione, “Atena Partenos”, non era stato scelto a caso. Era convincimento degli inquirenti che una stupenda statua in marmo della Dea greca della sapienza , copia originale di quella fidiaca del Partenone, esistesse davvero e che fosse stata trovata nel corso di scavi clandestini nell’alto Lazio, venduta forse a un museo americano per la cifra di dieci miliardi di vecchie lire. La coppia Savoca-Chakos, inoltre, sarebbe responsabile dell’esportazione clandestina di una serie di bellissime statuette fittili (una parte delle quali, poi, recuperate dal carabinieri del nucleo speciale), provenienti da scavi clandestini a Scrimbia, nel territorio di Vibo Valentia. Lo stesso Savoca fu, a suo tempo, incriminato perché nella galleria diretta dalla moglie furono rinvenuti otto anfore del IV sec. a.C., rubati il 20 gennaio del 1994 al museo archeologico di Melfi, in Basilicata. I vasi, di fattura apulo-lucana facevano parte del corredo funerario di una maestosa tomba scavata clandestinamente a Lavello nel 1977 e recuperati grazie all’opera del Soprintendente archeologico dell’epoca, Angelo Bottini ed esposti, fino al loro trafugamento, nel museo della città cara a Federico II.  

Ora, a quanto sembra, il personaggio di maggior spicco, nel settore del traffico clandestino di reperti archeologici, sarebbe proprio il catanese Orazio Di Simone, soprannominato Coclite che − pare − in Puglia sarebbe davvero di casa. Sempre alla ricerca di qualche buon colpo da mettere a segno, magari come quei tre bellissimi “naskoi” in bronzo, di età arcaica che un tombarolo tarantino avrebbe trovato di recente. Del resto, il De Simone deve essere smisuratamente ricco se è vero, come si sussurra, che sia stato lui a comprare la famosa Afrodite di Morgantina, acquistata per 400 mila dollari e venduta al museo Paul Getty di Malibù, in California, per 18 milioni di dollari. ◆

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Foto: sotto il titolo, reperti archeologici recuperati dai carabinieri del Nucleo di tutela del patrimonio artistico; in alto, parco archeologico di Saturo (Taranto); al centro, metaldetector usato dai tombaroli; in basso, sequestro di reperti effettuati dal Nucleo specializzato dei carabinieri

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Arturo Guastella

Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.