Nuove frane e esondazioni. Rompe l’argine sul Panàro: «Ne usciamo solo combattendo localismo e lobby dei territori»

Un operaio morto ieri nel Potentino. «Ricostruire a livello locale strutture tecniche qualificate, per fare piani e progetti, dirigere lavori e controllarli». Senza capacità di decidere, ogni azione e intervento resterà sotto il tallone delle rivendicazioni sparse e degli equilibri politici del momento. Se non si darà seguito alla Commissione d’inchiesta di venti anni fa, la situazione peggiorerà con i mutamenti climatici già in atto 


di SAURO TURRONI, già presidente della commissione Ambiente, Territorio e Lavori pubblici della Camera dei deputati

Mentre si contano altri morti e altri danni per il maltempo da Nord a Sud, con onestà intellettuale occorre dare atto che il ministero dell’Ambiente tenta di rimediare a taluni dei più gravi errori del passato. A cominciare dalla costituzione di una Direzione generale per la sicurezza del suolo e dell’acqua, individuando con precisione i compiti e superando gli errori delle procedure straordinarie e delle strutture di missione. Il ministero ha ben colto le debolezze principali dell’attività delle Regioni, tra le quali emerge quella della sub delega ai Comuni per progettare e realizzare gli interventi. Gli oltre 8000 campanili d’Italia, la maggior parte piccoli o piccolissimi, talvolta con territori estesissimi e fragili, non dispongono − difatti − di strutture tecniche in grado di affrontare la complessità delle opere da progettare e realizzare.

Nella informativa urgente del Governo sulle iniziative di contrasto al dissesto idrogeologico di mercoledì 7 ottobre, il ministro Costa ha comunicato che il Cipe (a fine settembre con delibera n. 64) ha previsto che i comuni e gli altri soggetti attuatori possano avvalersi delle società in house dello Stato − Invitalia e Sogesid, per le progettazioni −; e di avere messo a disposizione le centrali di committenza per gli appalti. Si tratta certamente di passi in avanti, benché ancora insufficienti e inadeguati.

Se si vuole davvero che gli interventi attuati nel lungo periodo siano efficaci e risolutivi, è necessario che l’attività di difesa del suolo si attui mediante strutture permanenti, composte da tecnici qualificati. Si potrà operare, allora, al di fuori dell’emergenza e nell’ordinarietà, con solide basi nei territori e nell’ambito delle pianificazioni realizzate su approfondite attività conoscitive. Si risponderebbe, in altre parole, alle linee guida generali individuate nel documento conclusivo approvato 20 anni fa dalla VIII Commissione della Camera. Oggi valido più che mai, e che ho riassunto su queste pagine mercoledì 2 dicembre.

Sono necessarie ricomposizioni delle competenze sparpagliate nei vari ministeri. Un’azione, questa, che avrebbe dovuto essere uno dei principali atti della Struttura di missione “Italia Sicura” collocata presso la Presidenza del Consiglio durante il Governo Renzi [leggi qui, ndr] . Ciò non è avvenuto, perdendo così una occasione importante. Ed è neccessaria, non più rinviabile, la definizione e la scelta delle priorità, evitando di restare invischiati − come accade oggi − nei tanti meccanismi generati dal localismo e dalle lobby del territorio. Esattamente quello che ha portato alla frammentazione e alle dispersione delle risorse, con interventi a pioggia non risolutivi.

Occorre abbandonare l’idea che sia sufficiente disporre di abachi o cataloghi che definiscono le modalità di intervento. Essi non possono sostituire la diversa natura di ogni opera o intervento, che non può prescindere dal contesto, dalla specificità, dalle caratteristiche dei luoghi, necessariamente diversi fra loro, da investigare a fondo. Attività, questa, a fondamento della progettazione. Vanno ricostituite a livello locale, perlomeno provinciale, strutture tecniche professionalmente qualificate, in grado di fare piani e progetti, di dirigere lavori, di svolgere attività di controllo e monitoraggio. Si realizzerebbe, finalmente, il primo nucleo di ciò che Antonio Cederna invocava ad ogni alluvione o frana − dopo aver riportato con precisone quasi maniacale i dati dei disastri accaduti −, ricordandoci che la Repubblica italiana disponeva di meno geologi del Ghana.

Tutto ciò nella consapevolezza dei mutamenti provocati dal riscaldamento globale, che richiederanno nei prossimi anni ancora maggiori capacità di contrasto, azioni più incisive, strutture più qualificate, pianificazioni strategiche, continuità nella allocazione di risorse. Soprattutto, occorrerà capacità decisionale, rimuovendo e riformando ogni meccanismo − ahimè consolidato − che pone ogni azione o intervento sotto il tallone delle rivendicazioni localistiche e degli equilibri politici del momento. 

Incuranti di tutto ciò, sono tornati all’attacco i fautori della eliminazione dei sovralluvionamenti, ovvero l’innalzamento generalizzato della quota del fondo dell’alveo fluviale attraverso la deposizione di sedimenti; essi, a dir di costoro, sarebbero responsabili delle esondazioni. Ed ecco riemergere la mancanza di una visione complessiva degli equilibri di bacino, incapace di valutare le conseguenze di azioni di disalveo generalizzate: con il conseguente crollo di ponti e la riduzione di sabbia e apporto solido lungo coste sempre più erose.

Purtroppo, se si approfondiscono talune azioni messe in atto nonostante precise indicazioni contro la frammentazione delle competenze, dobbiamo rilevare come si sia andati addirittura nella direzione opposta. Nel 2015, ad esempio, la riforma della Regione Emilia Romagna ha mischiato e frammentato le competenze fra Servizi di bacino e Arpae, dimostrando quanto siano sbagliate riorganizzazioni fatte a tavolino. In questo caso, non si è avuto presente che i fiumi sono organismi unitari, e come tali vanno trattati e gestiti, dalla sorgente alla foce. Mantenendo l’unitarietà di tutte le competenze e funzioni che li riguardano, a cominciare dai prelievi di acqua, dalla gestione delle aree demaniali, fino ai controlli e alla vigilanza.

Anche lo stop alla alienazione dei demani fluviali non ha avuto seguito, mancando in taluni casi addirittura gli elenchi delle aree demaniali, comunque gestite quasi esclusivamente sotto il profilo patrimoniale. Lontanissima nel tempo e nello spazio è poi la delocalizzazione degli edifici posti in aree esondabili. Nonostante i piani di assetto idrogeologico approvati riconoscano insediamenti in area sottoposta a rischio, invece di spostare gli edifici si realizzano − ancora oggi − nuovi argini a loro protezione. Come è appena avvenuto sul fiume Baganza, in provincia di Parma; in contrasto con la pianificazione, qui viene consolidato un insediamento incompatibile con il luogo su cui è stato realizzato.

È inutile proseguire oltre mettendo in evidenza altri errori od omissioni. Tutti dispongono dei dati e degli elementi necessari per cambiare strada. Con una aggiunta ulteriore: il tempo sta per scadere; è necessario cambiare rotta ora, senza ulteriori indugi. E, quello che indigna − in ultimo − è la richiesta, ancora una volta delle Regioni, di rendere più difficile il ricorso alla giustizia amministrativa per ragioni ambientali. Già oggi la presentazione di ricorsi è stata resa più complicata ed onerosa, con il rischio, in caso di soccombenza, di essere condannati non solo al pagamento delle spese. Invece di lamentare troppe cause in materia ambientale, sarebbe preferibile che le Regioni operassero nella legittimità e nella correttezza, coinvolgendo attraverso meccanismi reali di partecipazione la società civile, generalmente portatrice, in materia ambientale, di interessi collettivi.

La prevenzione di frane, alluvioni, smottamenti e morti incessanti − com’è stato scritto il 15 ottobre su queste pagine − non è un lockdown. Essa non può essere il frutto di poteri straordinari, quanto l’obiettivo di ogni azione che persegua la messa in sicurezza del territorio. − (2. Fine. La prima parte dell’articolo è stata pubblicata mercoledì 2 dicembre)

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Foto: sotto il titolo, il fiume Panàro rompe gli argini tra Gaggio e Bagazzano (Modena); in alto, centro abitato invaso dalle esondazioni e alcuni edifici sospesi sul baratro in una alluvione nel Nord Italia; al centro e subito sotto, danni stradali per l’alluvione a Bitti (Nuoro) del 29 novembre 2020 con tre vittime e la frana di Giampilieri (Messina) con 37 morti il 1° ottobre 2009; in basso, i detriti nel centro storico del piccolo paese nuorese per la tombatura del Rio Cuccureddu sotto le strade di Bitti

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Sauro Turroni

Architetto e urbanista, dal 1972 ha svolto la propria attività professionale pubblica in qualità di dirigente presso i Comuni di Cervia e Cesena; dal 1986 è stato dirigente all’urbanistica, servizio tutela e valorizzazione del territorio, della Regione Emilia Romagna. Ha progettato, fra l’altro, il Piano Territoriale Paesistico dell’Emilia Romagna, ed è stato responsabile del laboratorio regionale per la sperimentazione della pianificazione ecologica. Dal 1992 e per quattro legislature consecutive è stato deputato e senatore dei Verdi. È stato anche il primo parlamentare italiano a recarsi in Antartide e in Artide per le ricerche sul clima. Dal 2007, per otto anni è stato membro della Commissione scientifica nazionale per l’Antartide (Csna). Nel settembre del 1995 è stato a Mururoa con Greenpeace contro gli esperimenti nucleari e nel ’96 a Cernobyl per il decennale della catastrofe. Dal 1994 al 1996 ha fatto parte della delegazione italiana presso l’Osce. È presidente di una Fondazione con scopi di solidarietà sociale.