28 dicembre 1870. La prima volta che Roma finì sott’acqua nel Regno d’Italia

L’alluvione consentì a Vittorio Emanuele II di toccare con mano le due facce della futura Capitale del suo regno: una decisamente avveniristica rappresentata dall’efficienza della ferrovia, l’altra desolatamente arcaica di una città in balia del suo fiume che l’attraversava a briglie sciolte


La rievocazione di PINO COSCETTA 

Il 28 dicembre del 1870, tre mesi e otto giorni dopo la breccia di Porta Pia, come dicono i popolani, “dà fori fiume”. Dopo giorni di pioggia il Tevere straripa e allaga la città. I nostalgici del papa, dimenticando le tante precedenti alluvioni, attribuiscono l’evento alla collera divina contro i ‘buzzurri’ piemontesi che hanno rinchiuso il Santo Padre in Vaticano. Gli altri romani, diciamo così quelli ‘laici’, secondo costume la prendono con filosofia, non si scompongono più di tanto. A rimanere particolarmente colpiti sono invece i nuovi padroni di Roma, dai comandanti delle forze armate italiane ai politici cui spetta il compito di ridisegnare la nuova Capitale.  

Questi ultimi per prima cosa chiamano il re che arriva il 30 in treno scendendo alla stazione Termini non ancora ultimata, una delle tre funzionanti in città. Le altre due sono la stazione di San Giovanni dalla quale è partito il prolungamento per Termini, e quella di Porta Portese. La stazione Termini era nata su pressione di monsignor de Mérode proprietario di quasi tutti i terreni tra le Terme di Diocleziano e il Quirinale.  

La prima edificazione dell’attuale via Nazionale si deve al potente monsignore, così come la ‘nuova’ stazione Termini che sarà ultimata dai piemontesi nel 1874, ma i primi due dei sei binari di testa previsti (tre per gli arrivi e tre per le partenze), già erano in funzione nel 1869, l’anno prima della breccia di Porta Pia e della visita del re alla sua futura capitale inondata dal Tevere. 

L’alluvione consentì a Vittorio Emanuele II di toccare con mano le due facce della futura Capitale del suo regno: una decisamente avveniristica rappresentata dall’efficienza della ferrovia, l’altra desolatamente arcaica di una città in balia del suo fiume. Quello straripamento, a differenza di tutti gli altri che lo avevano preceduto nei millenni, convinse il Re della priorità assoluta d’ingabbiare il Tevere in argini tanto alti da resistere ad ogni possibile piena. Intanto, nell’emergenza, come scrissero i giornali “Sua Maestà si compiacque di elargire al popolo romano 200.000 lire per coprire i primi bisogni”. 

(…) L’alluvione del 28 dicembre è nulla al confronto di quella metaforica che subirà Roma negli ultimi trent’anni di quel tormentato secolo: uno tsunami di fantastici progetti per niente campati in aria, pronti per essere messi in cantiere dai nuovi padroni fermamente intenzionati a sovrapporre alla Roma dei Cesari e a quella dei Papi, una terza Roma, la loro nuova capitale del regno, ideata con il fine ultimo di stupire l’universo mondo. 

(…) Nel 1875 il parlamentare Giuseppe Garibaldi, rispolvera un’idea dei Cesari per risolvere radicalmente il problema delle piene del Tevere: deviare il corso del fiume lontano dalla città. La drastica proposta viene saggiamente accantonata e sostituita dal piano dell’ingegner Raffaele Canevari che prevede di portare l’alveo del fiume a cento metri di larghezza e proteggere la città con alti argini da ponte Milvio a San Paolo fuori le mura. I lavori del primo lotto appaltato dureranno venticinque anni. ◆

(da “Tre secoli nel Tridente” – Solfanelli Editore)

___

Foto: sotto il titolo, Il re a Roma dopo l’alluvione in Via del Corso all’altezza di Piazza San Lorenzo in Lucina – dipinto di Ettore Roesler Franz; in alto, La lapide marcapiena dell’alluvione 1870 in Via della Rosetta; al centro, il Tevere si ritira a Tor di Nona dopo l’alluvione del 28 dicembre 1870; in basso, il Pantheon di nuovo sott’acqua

About Author

Caporedattore - Giornalista e scrittore, è entrato al “Messaggero” a 22 anni e ha concluso la sua carriera lavorativa con la qualifica di caporedattore centrale. Durante la lunga permanenza nella redazione di via del Tritone, ha ricoperto per molti anni i ruoli di caposervizio delle province e di caporedattore delle Regioni. Da scrittore inizia con una raccolta di racconti giovanili, “Scirocco” (1966), e si dedica per un lungo periodo a saggistica, libri di storia locale e viaggi. Tra le più recenti pubblicazioni: “Viaggio in Abruzzo con Giorgio Manganelli”; “Il mistero di Tomar”; “Palazzo Podocataro, la casa-museo del cardinale di papa Borgia”; “Tre secoli nel Tridente”; “Divieto d’Orvieto”; e, con Vittorio Emiliani, “La discesa del Tevere e altre storie di fiumara”.