Nel centenario della nascita, Amália Rodrigues e l’Italia: “A una terra che amo”

di Francisco de Almeida Dias, da Lisbona

⚈ «Perché la Rodriguez?». La domanda, in caratteri cubitali, appariva in un giornale italiano nel gennaio del 1970. Sì: perché mai una cantante portoghese – alias, una “cantante di fado e di folclore spagnolo” annunciata nei cartelloni, così giustificando in parte la “Z” nel Rodriguez, come ibericamente hanno insistito graffarla – faceva impazzire gli italiani? Amália Rodrigues (1920-1999), nell’auge della sua bellezza e delle sue capacità vocali, dopo averci cantato saltuariamente negli anni ‘50 e ’60, iniziava, con quei “Lunedì al Sistina” di Franco Fontana, un rapporto di vera e duratura passione con l’Italia. Da lì a poco registrerà “A una terra che amo”, avendo confessato più volte che questo era, in verità, il suo paese del cuore, anche se alla Francia doveva l’inizio del suo successo internazionale.

La stessa domanda l’ho rivolta a Frederico Santiago, lo studioso che, con una cura filologica non comune nell’ambito della musica popolare, coordina da anni, per la casa discografica Valentim de Carvalho, l’edizione critica di tutta l’opera della cantante. Correggere sbagli troppe volte ripetuti riguardanti autori e cronologia, sfatare miti maliziosamente tramandati, fare una ricerca storica per capire con esattezza il fenomeno Amália nel mondo e nel suo paese; ecco questo lavoro include, per parlare solo dell’Italia, la pubblicazione nel 2017 di vari brani inediti dell’inizio degli anni Settanta e il disco “Amália in teatro”, registrato dal vivo a Roma nel ’76, mai uscito in Portogallo.
Amália è stata «uno degli ultimi grandi fenomeni vocali della musica detta leggera», ci dice Fredrigo Santiago, e questo giustifica in parte, secondo lui, la follia che ha generato il suo passaggio per l’Italia, «paese», aggiunge, «dove la voce è sempre stata predominante, anche in ambito lirico». Terra, dunque, particolarmente sensibile alla vocalità della fadista e al modo straordinario come lei la sapeva usare; legata al Mediterraneo oltre che al Portogallo, in un modo ondeggiante, quasi islamico, di cantare, con probabili origini a Beira Baixa, nel centro interiore del paese, luogo delle sue origini famigliari. «Lei è ocra», colore caldo, mediterraneo, italiano, per l’appunto

Questo è l’anno del centenario della nascita di Amalia. E, tale come è successo con Pessoa, ma per fortuna un po’ prima rispetto ai quarant’anni e passa che il poeta ha dovuto aspettare dopo la morte, la cantante comincia finalmente a essere riconosciuta per quello che è stata: la protagonista unica del grande rinnovamento della canzone nazionale portoghese. È lei che adotta il nero assoluto dei vestiti di scena, così come è lei a far diventare il fado una disciplina internazionale, grazie anche alla versatilità che ha saputo imprimere al repertorio dei suoi recital per il mondo, includendone folclore portoghese e musiche del canzoniere internazionale, per la quale è stata duramente criticata all’epoca.
Ed è stata ancora lei a compiere una vera e propria rivoluzione poetica, cantando i poeti della sua lingua, classici e contemporanei, a mo’ di fado, in un fraseggio musicale fatto con una cura quasi lirica, motivo del suo successo in ambienti classici, come al Lincoln Center o al Festival di Edimburgo, dove viene presentata come “mezzo soprano”. Inaugurata da poco, una mostra documentale alla Biblioteca Nazionale di Lisbona mette in risalto questo rapporto tra Amália e la grande poesia portoghese.

A causa del Covid-19 altre mostre per celebrare la fadista (al Museo del Fado, al Museo del Teatro e al Pantheon Nazionale) sono state rinviate al 2021. Nel frattempo, una intensa attività editoriale include As sílabas de Amália, omaggio del poeta Manuel Alegre all’interprete del suo “Trova do Vento que Passa”, Amália, Ditadura e Revolução, del giornalista Miguel Carvalho, smontando il mito che legava l’artista alla Dittatura di Salazar e Amália nas Suas Palavras, la trascrizione dalle interviste fattele da Manuel da Fonseca nel 1973, con vista alla scrittura di una precoce biografia, che non aveva mai visto la luce. ◆

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Francisco de Almeida Dias

Laureato in Storia, indirizzo Arte, presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Lisbona, ha conseguito dottorato in Letterature Comparate presso Università degli Studi Roma Tre. Collaboratore dell’Istituto Portoghese di Sant’Antonio in Roma - Ambasciata del Portogallo presso la Santa Sede, dove ricopre più ruoli interessandosi di diverse attività negli ambiti della biblioteca, dell'archivio storico, dei corsi di portoghese e della galleria d’arte nonché nell'organizzazione di eventi. I suoi studi di natura storica, storico-artistica e culturale sulla presenza del Portogallo a Roma e in Italia vengono pubblicati in vari articoli di carattere scientifico e condivisi in conferenze e seminari. Cultore della materia presso la Cattedra José Saramago dell’Università degli Studi Roma Tre e docente di Lingua, Traduzione e Letteratura portoghesi presso il DISTU dell’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo. Per il suo contributo alla diffusione della cultura lusofona e per lo studio della storia del Portogallo in Italia vince nel 2017 il premio speciale della Giuria, nella V edizione del Premio Quaderni Ibero Americani e il Franz Cuomo International Award.