20 Settembre 1870, 150 anni fa: si apre la breccia di Porta Pia

Gli zuavi pontifici sono in rotta al “Caffè del Giglio”, divenuto subito dopo “Caffè Cavour”, centro operativo della nascente nazione, aperto giorno e notte. Confidando in un miracolo, la notte del 19 il Papa-Re Pio IX sale a ginocchioni per l’ultima volta i 28 gradini della ‘Scala Santa’: un atto di penitenza che non sbarra la strada ai Bersaglieri del generale Raffaele Cadorna. In giro non c’è più un cardinale neanche a pagarlo oro

di PINO COSCETTA, giornalista e scrittore

[…] Il tracollo apparve chiaro già nel 1869 quando il 7 dicembre Pio IX aprì il Concilio Vaticano I che avrebbe sancito il dogma dell’infallibilità del pontefice. Una mossa improvvida che causò lo scisma tra Chiesa cattolica e vetero-cattolici e non servì certo a frenare l’avanzata di Vittorio Emanuele II il quale, dopo la sconfitta di Napoleone III a Sedan, inviò una lettera alle potenze europee nella quale spiegava i motivi della prossima presa di Roma, garantendo al tempo stesso tutte le tutele dovute alla persona del sommo pontefice.

Pio IX da parte sua il 25 aprile, in occasione della festa di San Marco, benedice le truppe che si apprestano alla difesa di Roma e già studia le mosse più convenienti per salvare il salvabile. In questo clima il 31 maggio del 1870, in una sosta del Concilio Vaticano I, Pio IX fa visita alla Chiesa di Sant’Antonio dei Portoghesi rinnovata per l’atteso evento che verrà successivamente immortalato con un grande affresco al centro del soffitto del salone nobile dell’Istituto, detto Salão vermelho.

Il 7 settembre Vittorio Emanuele II invia il conte Gustavo Ponza di San Martino a Roma per sondare il terreno e annunciare l’annessione delle terre dello Stato Pontificio nel costituito Regno d’Italia. Il cardinale di Stato Antonelli e Pio IX rigettano sdegnosamente l’annessione e il papa consegna all’emissario del re d’Italia questa lettera:

«Maestà, Il conte Ponza di San Martino mi ha consegnato una lettera, che a V.M. piacque dirigermi; ma essa non è degna di un figlio affettuoso che si vanta di professare la fede cattolica, e si gloria di regia lealtà. Io non entrerò nei particolari della lettera, per non rinnovellare il dolore che una prima scorsa mi ha cagionato. Io benedico Iddio, il quale ha sofferto che V.M. empia di amarezza l’ultimo periodo della mia vita. Quanto al resto, io non posso ammettere le domande espresse nella sua lettera, né aderire ai principii che contiene. Faccio di nuovo ricorso a Dio, e pongo nelle mani di Lui la mia causa, che è interamente la Sua. Lo prego a concedere abbondanti grazie a V.M. per liberarla da ogni pericolo, renderla partecipe delle misericordie onde Ella ha bisogno».

Il 18 settembre due divisioni dell’esercito italiano comandate dal generale Raffaele Cadorna si accampano davanti alle mura Aureliane all’altezza di via Nomentana. Considerata la sproporzione delle forze, l’ordine di Sua Santità agli zuavi pontifici è di opporre una formale resistenza che consenta ai negoziatori una resa dignitosa dopo i primi colpi di cannone. Nonostante ciò alla fine degli scontri del 20 settembre che portarono all’apertura della breccia di Porta Pia, si contarono 49 morti tra le fila dell’esercito italiano, Bersaglieri in testa, e 19 tra gli zuavi morti nell’inutile difesa dell’ultimo ‘Papa-Re’.

A fare le spese della rotta degli zuavi fu il Caffè del Giglio, aperto dal Ricci dopo aver dovuto abbandonare il mitico ‘Veneziano’. Il Caffè del Giglio si trovava all’angolo di piazza Colonna con il Corso, di rimpetto a palazzo Piombino, dove si trova l’attuale Galleria Sordi. Il giorno prima la battaglia di Porta Pia e fino alla rotta − come scrive David Silvagni − fu trasformato in una sorta di quartier generale degli zuavi pontifici: «[…] Tutto il giorno e tutta la notte il caffè fu invaso da zuavi e da antiboini, sicché il caffé testé ripulito ebbe a soffrirne, come soffrì il conduttore nel vedersi attorno quelle faccie di spiritati che al rombo del cannone disparvero per poco, per ricomparire verso le 10 antimeridiane, ma non più in sembiante di provocanti conquistatori, sebbene di fuggiaschi, perché inseguiti da Porta Pia dai nostri Bersaglieri che li rincorsero, salendo la breccia fino a piazza Barberini».

Tra quei bersaglieri ne figurava uno in particolare che cessati gli scontri decise di stabilirsi a Roma ed aprire la celebre cappelleria Viganò di via Marco Minghetti 8 con tre vetrine sulla via e due all’interno della galleria Sciarra. La cappelleria del bersagliere piemontese ha resistito fino ai primi anni del XXI secolo con i pronipoti Luciano e Maria Grazia Viganò.

Anche il Caffè del Giglio fece affari con i nuovi venuti. Intanto dalla sera alla mattina si ornò di una grande bandiera tricolore all’ingresso e rapidamente cambiò nome diventando ‘Caffè Cavour’. Aitanti ufficiali dell’esercito italiano sopperirono all’assenza delle guardie nobili.

In poco tempo il Caffè Cavour, aperto giorno e notte, divenne il centro operativo della nascente nazione. Uomini d’affari e giornalisti si mischiavano con patrioti di ritorno, liberali e deputati del nuovo regno. Non si vedeva più un cardinale neppure a pagarlo oro. In compenso si affacciavano i nuovi ‘nobili’, più ricchi di portafoglio che di storia, padri fondatori del ‘generone’ romano, affaristi senza scrupoli pronti a tutto pur di ricostruire materialmente la città. Della loro avanguardia nel 1869 aveva fatto le spese lo stesso Ricci, cacciato via alla scadenza del contratto per poter abbattere l’isolato e al posto del glorioso Caffè del Veneziano costruire palazzo Cipolla.

La notte del 19 settembre Pio IX presagendo la caduta del suo Stato, confidando in un improbabile miracolo salì ginocchioni per l’ultima volta i 28 gradini della ‘Scala Santa’. Dopo l’atto di penitenza rientrò in quel Vaticano che lascerà definitivamente (da dissepolto) nella burrascosa notte tra il 12 e il 13 luglio 1881 per essere seppellito, secondo suo desiderio, “come un povero prete di campagna”, al Verano. Il cimitero voluto da Napoleone.

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