2 / “Draghismo”, porta d’ingresso del capitalismo atlantico ai bottoni di Bruxelles

A causa del trumpismo, la Germania torna ad assumere tratti di egemonia che la presidenza Von der Leyen simboleggia, proprio mentre l’asse Atlantico si trova privo del suo accesso diretto e “legittimo” alla sala dei bottoni di Bruxelles, causa Brexit. In opposizione al “capitalismo renano”, il “capitalismo atlantico”, ristrutturato nei suoi fondamenti globalisti con la presidenza Biden, doveva trovare una base per sostituire Londra nel determinare dall’interno gli assetti di Bruxelles. Per raggiungere i nuovi equilibri geopolitici perseguiti dall’attuale Casa Bianca, l’Italia di Draghi può servire allo scopo


L’analisi di UGO MATTEI, giurista

¶¶¶ La Brexit politicamente verificatasi con il referendum del giugno del 2016 ha sconvolto equilibri consolidati togliendo all’asse della finanza (Wall Street/City of London) un accesso istituzionale a Bruxelles faticosamente conquistato, con l’adesione ai trattati e superando l’opposizione di De Gaulle nel 1972. Pochi mesi dopo, nel novembre del 2016, la tradizionale base politica atlantista, il Partito Democratico nella sua connotazione neoliberale, consolidatasi fin dalla presidenza di Bill Clinton, riceveva una seconda clamorosa disfatta. A farne le spese era proprio Hillary Clinton, senatrice newyorkese, già segretario di Stato di Obama, la quale rappresentava una delle figure più prestigiose di quel sionismo newyorkese, protagonista delll’asse finanziario transatlantico, di cui stiamo discorrendo. 

L’asse atlantico ad egemonia democratica, fin dal primo dopoguerra aveva costruito la propria identità globale su quell’imperialismo dei diritti umani che Woodrow Wilson aveva ammantato di spirito missionario attraverso l’idea dell’“onere dell’uomo bianco” (di civilizzare gli inferiori). Nel secondo dopoguerra questo stesso spirito di grande ipocrisia (che oggi definiremmo politically correct) aveva caratterizzato la presidenza Truman, un altro democratico aggressivo fino al punto di sganciare la bomba atomica (impossibile non leggere J. Pauwels, Il mito della guerra buona. Gli Stati Uniti e la seconda Guerra mondiale, 2003).

In questa temperie culturale era nato il Piano Marshall, che come noto fu particolarmente “generoso” con l’Italia proprio per costruire una “concorrenza” all’industria tedesca. Con la sconfitta di Hillary nel 2016, questa tradizione imperialista (da lei particolarmente ben interpretata in Yemen e Lybia) vede sfumare la possibilità di continuare alla Casa Bianca le sue politiche di aggressività globale (Obama, a dispetto del Nobel per la pace, è stato fin più aggressivo di Bush in politica estera) mascherate dalla medesima retorica dei diritti umani universali.

Con la vittoria dell’eccentrico Trump la politica di monitoraggio globale dei processi politici (con epicentro in Medio Oriente) si è così trovata orfana del suo principale dispositivo politico, quell’allineamento bipartisan sulla politica neoliberale globalista iniziato con l’egemonia di un partito democratico spostatosi a destra da Clinton in poi. Trump costituisce la prima vera soluzione di continuità dalla fine della Guerra Fredda, sposando politiche protezioniste e isolazioniste tipiche dei repubblicani storici, che le tre presidenze Bush avevano fatto dimenticare, aprendo ampi spazi all’industria bellica e sposando l’esportazione manu militari di “democrazia e diritti umani”.

La presidenza di pace trumpista (che ha molto abbaiato ma mai morso) ha creato larghi spazi d’azione per Putin ed Erdogan in Medio Oriente e la crisi siriana ha procurato alla Germania ampia e qualificata mano d’opera migrante giovane, indispensabile per lo sviluppo del suo capitalismo a modello renano. In tal modo, la Germania ha potuto intensificare la strutturazione espanzionista di una economia che importa mano d’opera giovane a buon mercato e materie prime (recuperate sopratutto nel sud globale) ed esporta tecnologia ad alto valore aggiunto. Questi tratti di strutturale imperialismo (così ben descritti da Lenin nel loro rapporto con lo sviluppo capitalistico che portò al colonialismo e alla Grande Guerra) sono l’incubo tradizionale (non infondato dopo l’Olocausto) della politica democratica statunitense, che rappresenta il grande capitale finanziario e le elites sopratutto ebraiche newyorkesi (di cui Hillary Clinton era espressione anche istituzionale). 

A causa del trumpismo, dunque, la Germania torna ad assumere tratti pericolosi di egemonia che la presidenza Von der Leyen simboleggia (dopo l’inaugurazione della Commissione europea di Walter Hallstein, nel 1958), proprio mentre l’asse Atlantico si trova privo del suo accesso diretto e “legittimo” alla sala dei bottoni di Bruxelles a causa della Brexit. Questo scenario spiega l’accanimento dei democrats (sopratutto ma certo non solo del New York Times) nei confronti di Trump ed il conseguente odio a costui riservato (e direi ricambiato) dalle oligarchie “europeiste”. La strategia ideologica di tacciare ogni critica all’ortodossia come “sovranismo”, nonché di enfatizzare la critica politically correct della sgradevolissima retorica trumpista piuttosto che sforzarsi di capire i tratti profondi del suo populismo, ha infine portato alla restaurazione dell’asse atlantico con la vittoria di Biden. 

Il capitalismo atlantico − così ristrutturato nei suoi fondamenti globalisti (ciò spiega il particolare impegno finanziario di big tech e big pharma nel chiudere la parentesi Trump) − doveva trovare una base per sostituire Londra nel determinare dall’interno gli assetti di Bruxelles. Serviva uno Stato membro sotto totale controllo dell’oligarchia transatlantica per contrastare, oggi con la finanza, proprio come ai tempi del Piano Marshall con la produzione industriale pesante, la locomotiva tedesca. L’Italia di Draghi serve alla bisogna. Ripartiamo da qui nella terza parte. − (Segue) ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen [credit GettyImage]; in alto, i simboli del capitalismo atlantico, Wall Street e City di Londra; al centro, la bandiera europea sfuma nei colori tedeschi; in basso, il premier Mario Draghi esce dal Parlamento dopo la fiducia al suo governo  

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Ugo Mattei

Dal 1997 insegna diritto civile all’Università di Torino, diritto internazionale e comparato all’Università della California. Avvocato cassazionista, è stato fra i redattori dei quesiti referendari sui beni comuni del giugno 2011 e per due volte ha patrocinato il referendum presso la Corte Costituzionale. Fra i titoli pubblicati, ricordiamo “Beni Comuni. Un Manifesto” (Laterza 2011) che ha raggiunto l’ottava edizione, “Il saccheggio”, con Laura Nader (Bruno Mondadori, 2010), “Contro riforme” (Einaudi, 2013), “Senza proprietà non c’è libertà. Falso!” (Laterza, 2014). È curatore generale della collana Common Core of European Private Law (Trento Project) alla Cambridge University Press, ed editore capo della rivista Global Jurist. Il suo volume sulla proprietà privata, pubblicato nel 2001 (seconda edizione Utet 2014), ha ricevuto il Premio Luigi Tartufari dell’Accademia Nazionale dei Lincei consegnatogli dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. È presidente di “Generazioni Future Rodotà”