1920-2020, a un secolo di distanza due anni bisestili da dimenticare

Cento anni fa “il Natale di sangue” mise fine a colpi di cannone allo Stato libero di Fiume fondato da Gabriele D’Annunzio. Un anno fatidico per la storia d’Italia e per il “poeta soldato” notoriamente  superstizioso, Comandante della Reggenza italiana del Carnaro. L’anno che sta per chiudersi fa registrare più di 70 mila decessi per Covid 19, mai cosi tanti dalla Seconda guerra mondiale


Ricorrenze e coincidenze di CARLO GIACOBBE

⚈ In tempi di Covid ci si appresta a chiudere questo luttuoso anno bisestile, che in Italia avrà fatto registrare un numero vicino ai 75.000 morti. Esattamente un secolo fa, nel 1920, ci fu quello che Gabriele D’Annunzio, che ne fu uno dei protagonisti principali, consegnò alla storia definendolo “il Natale di sangue”. Naturalmente anche quello era un anno bisestile, particolare che restò sempre impresso nel “poeta soldato”, notoriamente superstiziosissimo. Tra il 24 e il 30 dicembre i cannoni della regia corazzata Caio Duilio tacitarono la resistenza dei legionari fiumani, mettendo fine alla Reggenza del Carnaro e allo strano esperimento socio-politico messo in piedi da D’Annunzio. Da ambo le parti i morti furono alcune decine, ma essendo il risultato di uno scontro fratricida tra italiani il loro peso e significato politico furono enormi.  

Con la fine della Grande Guerra, le decisioni adottate l’anno seguente nella Conferenza di Versailles avevano lasciato insoddisfazione e amarezza in una parte importante (ancorché minoritaria) degli italiani, specie tra coloro che avevano conosciuto le atrocità di un conflitto, ora sentito come un “sacrificio inutile”. Gabriele D’annunzio, poeta soldato e figura di primaria importanza tra i protagonisti della vita nazionale, dopo aver coniato l’espressione “vittoria mutilata” decide di occupare militarmente la città istriana di Fiume, contesa tra l’Italia e il Regno dei serbi, croati e sloveni, che dal 1929 si sarebbe chiamato Iugoslavia. La questione adriatica, del resto, da anni era al centro degli interessi geopolitici del Vate, che assume il comando della spedizione, alla quale prendono parte elementi repubblicani di ispirazione mazziniana, futuristi marinettiani, anarco-sindacalisti rivoluzionari e seguaci dei Fasci italiani di combattimento, che precorrono il fondatore del movimento costituito a Milano nello stesso 1919, Benito Mussolini, che ambiguamente preferisce tenere, in quella fase, un atteggiamento attendista. 

Sotto il comando di D’Annunzio, Reggente e Comandante supremo, l’occupazione di Fiume comincia il 12 settembre. Impossibile da riassumere compiutamente in queste poche righe, l’esperienza fiumana rappresenta un peculiare laboratorio sociale, politico e militare, per molti aspetti avveniristico dati i tempi. In una sorta di statuto, chiamato la Carta del Carnaro, redatto congiuntamente dal socialista sindacalista Alceste De Ambris e, soprattutto per la poetica forma, dal Comandante, a Fiume si sancisce la convivenza, in sostanziale armonia, di coppie dedite al libero amore, ebrei, africani, omosessuali, anarchici di ogni genere, uniti soltanto dall’amore incondizionato per la civiltà italiana in opposizione alla “barbarie” slava. 

Per 15 mesi Roma, attraverso i governi di Saverio Nitti prima e poi di Giovanni Giolitti, non ostacola con eccessivo rigore le gesta degli “irredentisti”, compresi pirateschi colpi di mano compiuti da legionari e arditi, chiamati dal Reggente “uscocchi” (dal nome di antichi guerriglieri cristiani che combattevano gli ottomani), che nonostante il blocco navale imposto dal governo si impadroniscono di naviglio italiano carico di derrate e combustibile necessari alla sopravvivenza della città. La svolta, tragica, avviene nel novembre del 1920, con il Trattato di Rapallo, tra il regno d’Italia e quello di Serbia, Croazia e Slovenia, che si accordano di stabilire confini nazionali consensuali e autodeterminati. 

Nasce così, sulla carta, anche lo Stato libero di Fiume, ben diverso però dalla Reggenza del Carnaro, che mirava solo all’annessione della città all’Italia. Di fronte alla nuova resistenza opposta dal Vate, e dopo la scadenza di vari ultimatum, il 24 dicembre cominciano gli scontri tra militari italiani e legionari, quasi tutti loro ex commilitoni. I morti, equamente distribuiti tra regolari e “ribelli”, sono 51, oltre a sette civili e a circa 200 feriti. Tra questi, appena scalfito dalla caduta di un calcinaccio, anche il poeta, che nell’ultimo giorno dell’anno firma la resa. Il comandante dei “regolari”, generale Enrico Caviglia, ordinando il cannoneggiamento del palazzo della Reggenza aveva espressamente ordinato che si prendesse di mira lo studio del Comandante. ◆

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Foto: sotto il titolo, Gabriele D’Annunzio a Fiume; in alto, D’Annunzio parla agli Arditi; al centro, Giovanni Giolitit e Milenko Vesnić firmano il Trattato di Rapallo il 12 novembre 1920; in basso, barricate negli scontri tra militari regolari e legionari

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Carlo Giacobbe

Nato a Roma, divide la sua vita tra la capitale italiana e Lisbona. Poliglotta, tra le sue passioni ha la musica, avendo studiato canto classico (da basso), anche se adesso si dedica soprattutto al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, oltre al Fado di Coimbra. Autore di saggi e traduzioni dall’inglese e dal portoghese, per alcuni anni ha insegnato quest’ultima lingua alla Sapienza, sua antica alma mater. Per l’Ansa ha vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Tra le altre passioni, non tutte confessabili, c’è il biliardo. In questi giorni è in uscita “100 sonétti ‘n po’ scorètti” una sua raccolta di versi romaneschi. È sposato con Claudia e papà di Viola e Giulio.