16 0ttobre 1943, la razzia di Kappler nel ghetto

«Dovete essere pronti in 20 minuti, portate cibo per 8 giorni, soldi e preziosi. Sono obbligati a seguirci anche i malati» Dopo il rastrellamento il capo delle Ss romane scrive a Berlino al generale Wolf: «Il trasporto è fissato per lunedì 18 alle ore 9 dalla stazione Tiburtina». Il bottino: 1259 ebrei catturati e deportati. Nessuno degli oltre 200 bambini sopravvisse / A Roma gli ebrei giunsero pacificamente non perché cacciati dalla loro terra ma per scelta, ben prima di Giulio Cesare da cui furono protetti / 


di CLAUDIA TERRACINA

«Oggi è stata iniziata e conclusa l’azione antigiudaica seguendo un piano preparato in ufficio che consentisse di sfruttare le maggiori eventualità. Nel corso dell’azione, che durò dalle ore 5.30 fino alle 14.00, vennero arrestati in abitazioni giudee 1259 individui e accompagnati nel centro di raccolta della Scuola militare. Il trasporto è fissato per lunedì 18 ottobre alle ore 9 dalla stazione Tiburtina». Così Herbert Kappler descriveva la razzia del ghetto del 16 ottobre 1943 nel rapporto inviato al generale delle Ss Wolf. In questa nota burocratica è racchiusa la tragedia degli ebrei romani, strappati alle loro case, non solo nell’antico ghetto del Portico d’Ottavia, ma in tutta Roma, all’alba di un sabato piovoso, primo giorno di Sukkot, la festa delle capanne. Una operazione studiata, pianificata fin nei minimi dettagli, che ebbe successo grazie anche alle complicità dei fascisti italiani.

Tra quegli individui c’erano anziani, donne, bambini, perfino neonati. Nessuno degli oltre 200 bambini sopravvisse. E solo 15 uomini e una sola donna, Settimia Spizzichino, tornarono da Auschwitz, dove erano stati trasportati in un treno piombato, in partenza dalla stazione Tiburtina, il 22 ottobre.

I nazisti, guidati dal capitano Donneker, aiutati anche da 20 agenti ottenuti dalla Questura di Roma, si presentarono all’alba nelle case degli ebrei romani con un bigliettino: «Dovete essere pronti in 20 minuti, portate cibo per 8 giorni, soldi e preziosi. Sono obbligati a seguirci anche i malati. Nei campi di lavoro ci sono delle infermerie…». Le famiglie colte alla sprovvista, incredule, terrorizzate, prepararono in fretta e furia le loro cose. I bambini furono avvolti in coperte, i vecchi e i malati furono portati in strada sulle sedie, o a braccia. Tutti furono caricati su camion militari e avviati nella sede della Scuola militare, oltreTevere, in via della Lungara, dove furono ammassati senza cibo per due giorni.

Pochissimi ebbero la prontezza di fuggire. Un bambino rimase nascosto sotto il letto e scampò alla deportazione. Un altro fu allontanato con uno spintone dalla madre e poi vagò per Roma. Infine, salì su un tram dell’Atac e fu adottato da un tramviere che lo fece dormire nel deposito dell’Atac fino a che ritrovò il padre. La mamma non è più tornata da Auschwitz. Ma sono casi isolati. Come quello di Regina Ottolenghi e Giulia Sermoneta, madre e figlia che, come si racconta in Sabato nero di Robert Katz, in via Banco Santo Spirito 3, mentre i tedeschi tentavano di sfondare la porta con i fucili, si gettarono dalla finestra, al secondo piano. Finirono nel cortile del marmista di via di Panico, che le nascose e le soccorse riuscendo a farle ricoverare nella clinica del professor Sovena, dove furono curate delle numerose fratture. Il marmista è stato dichiarato Giusto di Israele.

NASCOSTI NEI SOTTERRANEI DEL FATEBENEFRATELLI, CURATI PER IL MORBO K (COME KAPPLER)
Dal terribile rastrellamento nazifascista del Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943 si salvarono alcuni gruppi di israeliti che il primario dell’Ospedale Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina, Giovanni Borromeo, e il suo giovane assistente Adriano Ossicini (già studente cattolico espulso dal GUF e partigiano dopo l’8 settembre ’43) nascosero nei sotterranei dell’Ospedale stesso. Quindi li ricoverarono sotto falso nome come affetti da un contagiosissimo Morbo K (che in realtà si riferiva a Kappler o a Kesselring) il quale impediva loro ogni contatto umano in corsia. Salvo poi farli fuggire muniti di documenti falsi e dichiararli deceduti col loro vero cognome ebraico. Borromeo è stato il primo degli Italiani dichiarato in Israele “Giusto fra le Nazioni”. Adriano Ossicini guidò una brigata partigiana di cattolici comunisti anche in numerosi scontri a fuoco. E’ scomparso l’anno scorso dopo decenni di vita politica quale senatore della Sinistra Indipendente.

Romani, più romani dei romani, gli ebrei hanno sempre vissuto e lavorato in città. Molti sono diventati medici, avvocati, politici e hanno lasciato il ghetto, andando ad abitare nei quartieri di Roma, a Monteverde, in Prati, a Testaccio, ai Parioli. Ma i nazisti avevano gli indirizzi di ogni famiglia, prontamente forniti dalla Questura di Roma. E anche se il Rabbino capo di Roma, Elio Toaff, che ha diretto la comunità dal 1951 al 2001, notava che «In Italia e a Roma non c’era odio verso gli ebrei. Vi fu antisemitismo di Stato e non di popolo», non può essere taciuto il ruolo dei fascisti nelle deportazioni, come collaboratori, complici, delatori e, spesso, veri e propri persecutori.

Dopo l’8 settembre del 1943, e dopo la proclamazione della repubblica di Salò, in Italia furono eseguiti 1898 arresti di ebrei da parte di italiani. Ma lo strappo con il fascismo si consumò a partire dal settembre del 1938, quando Mussolini emanò le leggi razziali che escludevano gli ebrei da ogni forma di partecipazione alla vita della società italiana. «Fummo esclusi dal lavoro, dall’esercito, dalle scuole, non potevano avere proprietà, o possedere una radio. L’operazione di annullamento della nostra identità era cominciata», ricorda la storica presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Tullia Zevi, che si salvò grazie alla lungimiranza di suo padre, che fuggì in Svizzera e poi negli Stati Uniti, a New York, con tutta la famiglia.

Eppure, nonostante l’esclusione dai diritti civili, sancita dalle leggi razziali, gli ebrei romani, continuarono a non perdere la speranza e, in fondo, la certezza di essere ancora cittadini italiani e romani. Invece, nell’ottobre del 1943 dalla persecuzione dei diritti, si passò alla persecuzione delle vite che a Roma terminò nel giugno del ’44, con l’arrivo degli alleati e in Italia nell’aprile del 1945. In realtà, la deportazione degli ebrei fu possibile proprio grazie all’isolamento progressivo e all’identificazione degli ebrei.

E, grazie alle complicità dei fascisti, i nazisti ebbero mano libera a Roma non solo nei confronti degli ebrei. Il 7 ottobre del 1943, nove giorni prima della razzia nel ghetto, furono disarmati, concentrati nelle caserme romane e deportati nei campi di concentramento in Germania e Polonia, duemila carabinieri. Una storia ancora poco nota, che racconta Maurizio Piccirilli, fotoreporter de Il Tempo, nel suo documentatissimo libro Carabinieri kaputt.

«L’Arma, che aveva giurato fedeltà al re e all’Italia, e che, dopo l’8 settembre, aveva combattuto contro i tedeschi a Porta San Paolo e alla Magliana − scrive Piccirilli −, non era ritenuta affidabile per i fascisti e i nazisti; e il generale Rodolfo Graziani, ritenendo che i carabinieri sarebbero stati di intralcio al rastrellamento degli ebrei, ordina ai reparti di rimanere confinati nelle loro caserme e di consegnare le armi. E all’alba del 7 ottobre le Ss di Kappler, coadiuvate dai militari della Pai, la polizia fascista delle colonie africane, duemila furono caricati su treni piombati e imprigionati nei campi di concentramento, dove lavorarono come schiavi». Non tutti tornarono. E molte delle loro mogli, che parteciparono attivamente alla Resistenza, furono perseguitate, imprigionate e torturate.

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Foto: sotto il titolo, il rastrellamento nel ghetto; al centro, la copertina del libro di Robert Katz; in basso, Il bigliettino fu gettato dai vagoni merci del treno dei deportati.

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Claudia Terracina

È giornalista professionista de Il Messaggero dal 1984 al 2010, dal 1994 cronista parlamentare. Membro del Comitato promotore della Fondazione Symbola con la quale collabora per la comunicazione.